La Scultura Ellenistica: Culto della Perfezione


“L’Arte Ellenistica” viene spesso trattata dai manuali in maniera sommaria, in quanto molto più spazio ed entusiasmo vengono dedicati all’età d’oro dell’arte greca del V e IV Secolo a.C.
Con questo articolo voglio provare a dare uno sguardo d’insieme all’ambiente culturale e politico da cui nacque questo meraviglioso periodo artistico e in particolare analizzarne la Scultura: ho scelto proprio la scultura come simbolo della poetica ellenistica e non ad esempio i mosaici o la pittura perché banalmente della prima arte possediamo numerosi esemplari riconducibili ad artisti ellenistici e perché, a parer mio, essa ha dato vita a capolavori che rappresentano una vetta assoluta dell’arte occidentale, dove trionfò lo spirito greco classico e al contempo non mancarono sperimentazione ed innovazione nei soggetti di lavoro.

ALESSANDRO MAGNO E LA SUA EREDITÀ

È il 323 a.C. quando muore Alessandro Magno, il modello a cui si ispirarono tutti i più grandi condottieri della storia, il signore macedone la cui figura venne assimilata a quella di un Dio: partendo dalla natia Macedonia in pochi anni aveva sottomesso la riottosa Grecia continentale sconfiggendo ateniesi, tebani e spartani, gelosissimi della loro autonomia e sempre disposti a combattere fino alla morte per difenderla. In seguito il condottiero aveva compiuto ciò che mai nessuno prima di lui aveva anche solo osato immaginare, schiantando la potenza dell’Impero Persiano e conquistandone gli immensi territori, vasti dall’Egeo fino all’India.
Alessandro iniziò da subito a mettere in pratica il suo sogno di ellenizzare il mondo: non fu tiranno sanguinario e trattò (quasi) sempre con equità i popoli sconfitti, presso i quali fece di tutto per propagare la cultura greca e coi quali volle tentare una fusione culturale a tutto tondo (arrivando addirittura ad obbligare i suoi soldati a prendere una moglie proprio dai territori conquistati).
Questo immenso impero tuttavia non sopravvisse alla morte di chi lo creò: quando Alessandro morí di una misteriosa febbre nel 323 a.C. esso fu infatti diviso e spartito tra i Diadochi, i suoi generali e amici più cari, che ben presto finirono per farsi guerra l’uno con l’altro.
Il loro potere e la loro egemonia sul Mediterraneo durarono secoli, prima di venire sconfitti e assorbiti uno ad uno nel nascente Impero Romano.

L’ARTE ELLENISTICA: POTENZA E FASTO

L’Arte Ellenistica si sviluppa in quel periodo che va appunto dalla morte del leggendario macedone avvenuta nel 323 a.C fino alla Battaglia di Azio del 31 a.C., quando sotto i colpi romani capitola l’Egitto di Cleopatra, l’ultimo regno ellenistico indipendente, e la Grecia perde definitivamente la sua libertà venendo annessa come provincia.
Ma torniamo al periodo pre e post alessandrino: l’influenza culturale classica si diffuse a macchia d’olio in tutta l’Asia, portata dai conquistatori macedoni e greci in quelli che divennero noti come “Regni Ellenistici”: assolutismi retti da principi autocrati che si ispirarono tutta la vita ad Alessandro e al suo sogno di grandezza (per citare i più potenti citiamo ovviamente la Macedonia, il Regno di Pergamo, l’Egitto dei Tolomei e l’Impero Seleucide).
L’arte classica in un certo senso si adattò allo spirito di quei sovrani, che per celebrare la propria potenza e assimilarla il più possibile a quella di Alessandro oltre ad inaugurare un forte culto della personalità diedero vita ad opere architettoniche grandiose e impressionanti: impossibile non citare “l’Altare di Zeus a Pergamo”, edificato da Eumene II per celebrare la sua vittoria sui feroci Galati nel 166 a.C., e la cui parte anteriore si trova oggi al Pergamonmuseum di Berlino.

Qui di fianco e sotto potete ammirare la digitalizzazione di quello che fu questa titanica costruzione e qualche dettaglio dei suoi bellissimi fregi rappresentanti una Gigantomachia (la lotta tra dei e giganti, tematica molto popolare nei rilievi architettonici del periodo in quanto rappresentativa della lotta tra ordine e caos, e quindi tra greci e barbari).
Questa vitalità artistica durò secoli, prima di cristallizzarsi e divenire essenzialmente un’attività di copia del passato esistente.

La cultura greca divenne infatti molto popolare a Roma a partire dal II secolo a.C. in seguito alla conquista di Taranto e Siracusa in Sicilia (potenti colonie greche) e al saccheggio della loro arte; ben presto nella città capitolina tutti volevano sculture e mosaici “alla greca”, tanto che la domanda superò di gran lunga l’offerta di originali, motivo per cui si iniziò con le copie romane (l’arte romana altro non fu che calco di quella greca): gli artisti greci, fossero essi in giro per l’Asia o direttamente trasferiti a Roma in cerca di fortuna, furono il motore che mosse tutta questa corrente.

LA SCULTURA ELLENISTICA: STATUE VIVENTI

E ora veniamo a ciò per cui mi interessa spendere qualche parola in più: la scultura.
In questo periodo le mete dell’arte greca precedente non furono semplicemente perseguite ma trionfalmente raggiunte: un naturalismo mai visto prima, con le figure umane che quasi sembrano volersi scrollare di dosso il marmo e il bronzo da cui sono costituite per camminare in mezzo a noi.
La muscolatura è perfetta, denotando uno studio dell’anatomia maniacale, e le figure sono dinamiche ed enfatiche: l’emozione delle azioni e delle situazioni emerge fortissima e non può non colpire chi le ammira.
Il connubio tra culto quasi sacrale della classicità precedente e il desiderio di innovare per raggiungere la perfezione è presente in ogni opera a noi pervenuta.
Per capire meglio di cosa parlo vorrei concludere il mio articolo andando a vedere nel particolare quattro sculture tra le mie preferite.

“L’Eracle Farnese”: “Lisippo fece 1500 opere, e tutte di una qualità tale che ognuna avrebbe potuto dargli fama…”, così scrive l’autore latino Plinio per descrivere il lavoro di Lisippo, scultore di corte di Alessandro Magno e il più grande artista del primo ellenismo.
Pare amasse molto il soggetto di Eracle, il più popolare tra gli eroi greci, e fu grandemente stimato per una particolare tipologia di opera che venne copiata in gran quantità e che quindi sappiamo ebbe enorme successo nei regni ellenistici come a Roma: la scultura non rappresenta Eracle in azione come di consueto, ma a riposo dopo aver terminato le famigerate dodici fatiche che gli valsero l’ingresso nell’Olimpo degli dei.
Purtroppo non possediamo originali di Lisippo, ma fortuna vuole sia giunta fino a noi una copia esatta di epoca romana, attribuita all’ateniese Glicone, rinvenuta a metà del 1500 a Roma e oggi custodita dal Museo Archeologico di Napoli. Potete ammirarla qui di fianco (foto tratta dal sito “Napolistories”).

Il corpo mastodontico dell’eroe, mirabilmente scolpito in ogni piega anatomica, è abbandonato a riposo sulla clava nodosa a cui è poggiata anche la pelle del leone Nemeo, bestia uccisa in una delle fatiche.
Mai nessuno prima era riuscito a infondere nei tratti del figlio di Zeus una tale malinconia e stanchezza, in grado di rendere il personaggio vivo e ancora più imponente di quello che è il blocco di marmo alto 3 metri che lo costituisce.


“Il pugile in riposo”
: anche questo capolavoro è stato rinvenuto a Roma ed attribuito a Lisippo stesso o ad un esponente della sua cerchia.

Il soggetto, oggi al Museo nazionale romano di Roma, è un pugile colto nel momento di riposo dopo un incontro o durante un allenamento: possiamo vedere le “ceste” (gli antichi guantoni di vimini dei pugili del tempo) e le evidenti orecchie tumefatte dovute ai colpi subiti in passato, come anche sono evidenti le ferite che costellano il corpo dell’atleta e che concorrono a rendere l’impatto realistico ed emozionale dell’opera fortissimo.
Ci sembra di poter percepire la stanchezza e la forza che emana la figura, di mezza età e dai tratti consumati dal tempo e dalla lotta.

“Il gruppo del Laocoonte”: ecco un’opera di impareggiabile maestria e di cui sono profondamente innamorato, che venne rinvenuta a Roma nel 1506 alla presenza interessatissima di Michelangelo Buonarroti.
In copertina di articolo potete ammirare la scultura originale oggi custodita nei Musei Vaticani, mentre qui di fianco c’è la copia che scolpì il fiorentino Baccio Bandinelli nel 1520 e che oggi è esposta agli Uffizi di Firenze.

Il soggetto è forse tra i più tragici in assoluto e la sua storia ci viene narrata da Virgilio nell’Eneide:
il famigerato Cavallo di Troia con il ventre ricolmo di guerrieri greci è stato appena trasportato davanti alle porte di Troia e gli abitanti sono indecisi se bruciarlo o portarlo in città.
Laocoonte era un mitico sacerdote troiano che si oppose all’ingresso del dono e che invitò caldamente a distruggerlo, presagendo l’inganno dei greci.
Appena ebbe parlato in tal modo, dal mare comparvero due enormi serpenti che strangolarono il sacerdote e i suoi due figli, sicché i troiani interpretarono l’avvenimento come un funesto presagio: la volontà degli dei di far entrare in città la macchina, decisone che alla fine decretò l’annientamento della loro città.
Ma vediamo l’opera scultorea: il massiccio Laocoonte, nudo alla maniera eroica, lotta invano contro la forza mortale delle spire dei serpenti, uno dei quali lo morde al fianco.
Ci sembra di udire il lungo e doloroso lamento che gli esce dalla bocca mentre chiede aiuto ai suoi concittadini. Alla sua sinistra il figlio minore, il cui corpicino è ancora più vicino alla fine rispetto al padre, soffocato e perso in un ultimo rantolo mentre prova a staccarsi di dosso la testa del serpente che lo sta azzannando. A destra c’è il figlio maggiore, più forte del minore e tra le tre figure ancora quello più libero, motivo per cui la sua condizione è la peggiore: dovrà veder morire i suoi cari tra atroci lamenti senza poter far niente prima di essere finito anch’esso dalle bestie crudeli.
Il gruppo è legato dal patetismo emozionale e dalle spire dei serpenti e dà vita ad un’opera senza eguali nel panorama ellenistico sia per quanto riguarda il naturalismo sia per quanto riguarda l’eccezionale fattura delle forme e del contenuto mitologico.

“La Nike di Samotracia”: per concludere questo mio articolo vorrei citare una scultura davvero potente come la Nike di Samotracia, la Vittoria Alata, oggi conservata al Louvre di Parigi. Rinvenuta nel 1863 nell’isola greca di Samotracia, una sorta di santuario nazionale macedone meta di grandi pellegrinaggi: anticamente tutti i sovrani ellenici vi mandavano ingenti quantità di finanziamenti e presso il suo tempio, il “Santuario dei Grandi Dei di Samotracia”, venivano celebrati riti misterici secondi in importanza soltanto a quelli di Eleusi.


La Vittoria Alata a noi pervenuta è priva di testa e braccia, ma con le ali spiegate e un corpo integro da cui possiamo intendere la bravura di chi scolpì le vesti così bene da rendere evidente la fisionomia del corpo che vi si cela sotto (tecnica in cui i greci erano specialisti assoluti).
Sappiamo che in origine la scultura era posta sulla prua di una nave, anch’essa scolpita nel marmo bianco, all’interno di un bacino idrico artificiale che simulava un porto, scenario romantico e che verrebbe da dire quasi “barocco”, rappresentativo di tutto ciò che fu l’Arte Ellenistica: con il suo desiderio di emulare il glorioso passato e al tempo stesso proiettarsi verso la perfezione ancora da raggiungere, in un tripudio di forme e pathos.

Fabrizio Foresio

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Fabrizio Foresio

Mi chiamo Fabrizio, sono nato a Brescia ma cresciuto tra Milano e Varese. Storia antica e letteratura sono le mie piccole grandi passioni, assieme alla scrittura ed al Rugby, scuola di vita che mi ha dato davvero tanto.



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