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Women who changed Art and Architecture: Jane Jacobs e la città


Jane Jacobs non era un’architetto.
Non ha mai disegnato né progettato nulla.
Ma, da giornalista, da scrittrice, da sociologa, ha rivoluzionato il modo attraverso il quale interagiamo e ci confrontiamo con la città.
Ma affrontiamo una cosa alla volta.

Nel 1935, a quasi vent’anni, arriva a New York da una anonima cittadina della Pennsylvania, Scranton, e si innamora perdutamente di uno dei quartieri più vivi della city e delle sue tipiche scalinate di ingresso: il Greenwich Village. Bob Dylan, Jimi Hendrix, Simon & Garfunkel e infiniti altri grandi hanno iniziato le loro scintillanti carriere tra le strade all’europea di questo district da sempre controcorrente, così bohémien e all’avanguardia.

Jane Jacobs, 1933

Ed è scegliendo un luogo così intimo ma allo stesso tempo così stimolante ed energico che inizia a sentirsi finalmente parte di una comunità unita, quasi come quella che ha lasciato in Pennsylvania, anche trovandosi in una delle metropoli più popolate del mondo. Osserva tutti i giorni i suoi vicini di casa, le loro abitudini che poi sono anche le sue, andare al lavoro, incontrarsi e scambiare due chiacchiere per la strada, parla, discute e si confronta con i commercianti di quartiere e inizia frequentare assiduamente il Washington Square Park.

Jane Jacobs durante una conferenza stampa al ristorante Lion’s Head nel Greenwich Village, 1961

All’inizio degli anni ’50 inizia, finalmente, a collaborare con una rivista americana, Architectural Forum, occupandosi anche, grazie al suo successo come scrittrice e giornalista, di pianificazione urbana e di gravi casi di degrado architettonico all’interno della città di New York.
Parallelamente, in quegli stessi anni, il suo Village stava cadendo nelle mani degli speculatori immobiliari, oltre che nelle mire espansionistiche della New York University. Inoltre, Robert Moses, il Barone Haussmann americano – come amava definirsi lui stesso – oltre che l’acerrimo nemico di Jane Jacobs, aveva previsto la costruzione di un’autostrada che avrebbe sventrato completamente tutto il Greenwich. E infatti, Jane Jacobs la interpretò come una sfrontata dichiarazione di guerra.

Jane Jacobs, quando lasciò gli Stati Uniti in seguito al suo arresto nel 1968 e anche a causa della politica interventista statunitense nella Guerra in Vietnam, si trasferì a Toronto, in Canada.

Si ostinò nel difendere strenuamente il suo quartiere, fondando un comitato, il Joint Committee to Stop the Lower Manhattan Expressway, contro la costruzione dell’autostrada che avrebbe condannato quasi 2,000 famiglie e oltre 800 attività commerciali al dislocamento. Divenne una sorta di local hero, così infatti la definirono i suoi colleghi come anche gli attivisti e i suoi vicini di casa.

Manifestazione contro la chiusura e lo sventramento di Pennsylvania Station. Jane Jacobs partecipò a numerose dimostrazioni cittadine durante tutta la sua vita.

Manifestazione contro la costruzione della Lower Manhattan Expressway, 1968

Due anni dopo la fondazione del comitato per la chiusura al traffico di Washington Square Park, Jane pubblica The Death and Life of Great American Cities. The Failure of Town Planning (in italiano tradotto, a mio avviso erroneamente, Vita e morte delle grandi città. Saggio sulle metropoli americane, si perde, infatti, la vena critica così tagliente nel titolo originale). Questo testo, dal contenuto geniale – nonostante a volte sia un po’ ripetitivo – è il risultato di tre anni di ricerche condotte dalla Jacobs per la Rockefeller Foundation e si attesta come uno studio critico sulla pianificazione urbana negli Stati Uniti, rimanendo ancora oggi uno dei testi più influenti su questo argomento.

The Death and Life of Great American Cities. The Failure of Town Planning by Jane Jacobs, 1961

Ma la Jacobs non si limita a questo. Reintroduce quella tendenza inizio novecentesca della lettura della città in chiave sociologica – come appunto già avevano fatto Simmel, Benjamin e la Scuola di Chicago. Che cosa c’è dentro la città? Chi la muove, la modifica, la cambia, la migliora soprattutto? Le micro dinamiche. È la diversità il motore primo del luogo, ciò che scampa la sventura del fallimento prima e della morte dopo. La compresenza di abitazioni, attività commerciali, imprese e servizi; le sub-economie; la piccola dimensione degli isolati, come il suo adorato Greenwich; la compresenza di edifici di diverse età; l’alta densità e la diversità di popolazione che favorisce l’incontro e lo scambio. È questo, soprattutto, la città. Cosa di cui spesso ci si è dimenticati.

Jane con il marito Bob Jacobs e la loro figlia dodicenne Burgin durante una protesta contro la Guerra in Vietnam a Central Park. La famiglia decide di trasferirsi in Canada anche affinché i due figli maschi possano evitare la leva obbligatoria.

La Jacobs non ha fatto che altro che (ri)dare voce a una scoperta, forse banale per i suoi protagonisti – i cittadini che respirano queste dinamiche – ma spesso disprezzata dall’urbanistica moderna: comprendere la vita (vera e non quella presunta o utopistica) delle città globali, con le loro sfide, i loro problemi ma anche, e soprattutto, i loro punti di forza.

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Amina Chouairi

Milanese di Milano Milano, profondamente legata a Tokyo e ai suoi ciliegi. Dal Manzoni al Politecnico, sono un'architetto in erba con sei anime sorelle. Il mio alter ego è Edna Mode. Sono in costante ricerca di un'ispirazione, di un modello, di un esempio da stravolgere e fare mio. Non sapendo dare una forma ai miei sentimenti attraverso l'Arte, allora ne scrivo. L'Arte mi stimola, mi mette in comunicazione, mi connette. L'Arte ci salverà tutti.



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