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Women who changed Art and Architecture: Yayoi Kusama e l’infinito


Il Tokyo National Art Center di Kisho Kurokawa, una sorta di Kunsthalle del sol levante che nel 2013 ha ampiamente superato i 2 milioni di visitatori, quest’anno compie (solo) dieci anni.

E in quale altro modo avrebbe potuto celebrare questo significativo traguardo se non dedicando ad una delle 100 persone più influenti dell’era contemporanea una magica e intima retrospettiva?

L’artista in questione è Yayoi Kusama.

Noriko Takasugi, Yayoi Kusama, 2014

Ciò che oggi colpisce di più di questa donna, ormai da anni costretta su una sedia a rotelle, è lo sguardo. In ogni ritratto, imperturbabile, esso fissa incessantemente l’obiettivo. E’ indecifrabile, sembra assente, vuoto. In realtà non c’è analisi più sbagliata. E’ nel suo sguardo che si entra in contatto inizialmente con la sua opera d’arte continua e totale. E’ la sua iride il pois primo, quello vero e unico.

Yayoi Kusama con un mazzo di crisantemi. Oltre che essere il fiore nazionale, il crisantemo, per la cultura giapponese, è simbolo di gioia e vitalità. Foto del 1939.

Proprio attraverso questo senso, la vista, quando aveva poco meno di dieci anni, si è manifestata la malattia. Questa si mette in comunicazione con lei attraverso delle strane visioni, a volte vere e proprie allucinazioni. I suoi occhi diventano improvvisamente la porta di accesso a una realtà alterata della quale, almeno inizialmente, Yayoi ha paura. All’interno di essa percepisce strani flash luminosi, auree e infinite distese di puntini.

Yayoi Kusama, Endless Love Show, 1966

Yayoi Kusama, Narcissus Garden, 1966

E allora la Yayoi bambina non fa altro che appropriarsi di questa nuova realtà ricreandola attraverso il disegno e il colore. Capisce che la riproduzione le permette di controllare queste sue visioni che all’improvviso la assaltano e la allontanano dal mondo tangibile. L’Arte come cura.

Performance at the Board of Elections, New York, 1968

Dopo gli anni di Kyoto passati frustrantemente a dipingere secondo la maniera giapponese, fugge prima a Tokyo poi in Francia, attratta dalle nuove avant-gardes europee, e poi, ovviamente, a New York, l’isola che c’è sempre a disposizione degli artisti insaziabili come lei (e come Georgia O’Keeffe). E fu proprio quest’ultima, verso la fine degli anni cinquanta, ad avvertirla che sarebbe stata un’esperienza molto impegnativa trasferirsi a New York per una giovane e adorabile ragazza giapponese come lei.

Nobuyoshi Araki, Yayoi Kusama, 2009

Intanto la sua arte subisce le influenze americane. Rothko, Warhol, de Kooning e prima ancora c’erano stati Picasso, il cubismo e il surrealismo. Ma la sua interpretazione della realtà rimane, di fondo, invariata: tele, sculture o oggetti quotidiani sulle cui superfici le sue allucinazioni visionarie prendono vita. L’infinita ripetizione per obliterare le proprie ansie esistenziali.

Yayoi Kusama, Exhibition Eternity of Eternal Eternity, Matsumoto City Museum of Art, Nagano, Japan, 2012

Non ho intenzione di curare i miei problemi mentali, anzi voglio utilizzarli come forza generatrice della mia arte.

Arte che, nel corso degli anni sessanta, sta diventando anche scultura e performance artistica. Tutto ciò che accade intorno a lei e tutto ciò di cui lei è generatrice entra a far parte del processo artistico. Il momento della creazione, il percorso e la nascita dell’opera, attraverso la documentazione fotografica, tutto ciò diventa parte integrante ed essenziale dell’oggetto artistico. Così succede anche durante i naked happenings, performances artistiche durante le quali lei, la sacerdotessa giapponese, Kusama in persona, con tempere colorate ricopre i partecipanti, debitamente svestiti per le strade newyorkesi, di pois.

Yayoi Kusama, Infinity Mirrored Room – Filled with the Brilliance of Life, 2011, Tate Modern

Ma come le aveva predetto la O’Keeffe, a New York sarebbe stata dura. E infatti nel 1973 torna, dopo quindici anni, in Giappone. Un rientro molto doloroso, probabilmente segnato da una profonda umiliazione e da un forte senso di non appartenenza nei confronti di quel paese dal quale, tempo prima, era scappata. Anche per questo motivo, oltre che per necessità psicologiche, si ritira a vivere al Seiwa Hospital for the Mentally Ill. A poca distanza, nel quartiere di Shinjuku, si trova il suo studio, dove ancora oggi si ritira a dipingere affiancata dal suo più fedele assistente.

Yayoi Kusama, Exhibition All the Eternal Love I Have for Pumpkins, Victoria Miro Gallery, 2016

Attraverso l’arte Yayoi Kusama ha deciso che avrebbe reso partecipe il mondo della sua intensa ed impegnativa vita.

Ha ricreato, dipingendo, le sue visioni, spesso prima abbozzate, per non perderne le forme; ha reso infinito il corpo finito dell’uomo, rendendolo partecipe di quella che secondo lei è la forma unica del mondo, il cerchio; ed infine, ha racchiuso l’infinitezza del cosmo nelle sue Infinity Mirrored Rooms, la rappresentazione artistica più intima e autentica delle sue visioni.

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Amina Chouairi

Milanese di Milano Milano, profondamente legata a Tokyo e ai suoi ciliegi. Dal Manzoni al Politecnico, sono un'architetto in erba con sei anime sorelle. Il mio alter ego è Edna Mode. Sono in costante ricerca di un'ispirazione, di un modello, di un esempio da stravolgere e fare mio. Non sapendo dare una forma ai miei sentimenti attraverso l'Arte, allora ne scrivo. L'Arte mi stimola, mi mette in comunicazione, mi connette. L'Arte ci salverà tutti.



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