Alien: Covenant, di Ridley Scott


“Tutte le grandi cose hanno piccoli inizi.”

 

Com’è brutto quando un grande, o quantomeno qualcuno che in passato s’è contraddistinto, infanga le poche cose buone che ha fatto. La si potrebbe chiamare Sindrome Argento, o Sindrome Malick, se vogliamo, e Ridley Scott, con risultati ovviamente meno catastrofici, rientra perfettamente nella categoria.

Scott, con la parziale eccezione di American Gangster, l’ultimo grande film che ha fatto è stato senz’ombra di dubbio quel Gladiator che resta tutt’oggi il titolo di gran lunga più ricco, interessante e affascinante della sua corposa ed oscillante filmografia, se non altro per il non indifferente pregio di aver reso più piacevole l’infanzia di molti.

Dopodiché, una nota e rovinosa discesa negli inferi con un film più brutto e insignificante dell’altro, tuttavia due cose, nonostante una carriera iniziata benino con I Duellanti ma contraddistinta da un esercito di film mediocri e scelte sbagliate (e Hannibal in questo è emblematico), gliele si devono riconoscere: Alien e Blade Runner.

Alien e Blade Runner sono storia del Cinema, e specialmente il primo, anche mettendocisi di impegno, risulta difficile definirlo meno di un film riuscito, così come ancora più riuscito fu il muscolare Aliens del visionario Cameron, tuttora vetta insuperata di una serie che oltre a queste due perle isolate ci ha regalato poche gioie e pochissime trovate memorabili, e all’interno della quale rientra ovviamente anche quel Prometheus che bello e riuscito proprio non era, ma che rimpiangerete amaramente durante la visione di questo nuovo Alien: Covenant.

 

 

Covenant, senza giri di parole, è un gran brutto film, una trashata scritta sotto anfetamine in cui un gruppo di ingenui decide nel momento di più alto pericolo di compiere la scelta più deleteria possibile, e dunque di atterrare su un pianeta paccottiglia dall’architettura simil romano imperiale popolato da proteiformi mostri digitalizzati in cui tutti danno il loro piccolo contributo di demenza e meschinità volto a fortificare una mastodontica sagra dell’idiozia che fagocita qualsiasi accenno di riflessione minimamente interessante e che non risparmia ovviamente niente e nessuno, suscitando il ghigno amaro e confermandosi proprio per questo, se possibile, ancora peggiore del precedente e già mal scritto Prometheus, che se non altro aveva dalla sua un cast vagamente interessante a tentare invano di tenere in piedi la baracca.

 

 

Ma il problema principale di Covenant, ancora una volta, è la stupidità. La stupidità di un film pieno di macchiette cerebrolese che passano due ore a toccare cose che non dovrebbero toccare e a compiere sempre l’azione più sbagliata e deleteria possibile, suscitando la compassione di uno spettatore costretto ancora una volta a sorbirsi l’ennesimo plot gonfio di noia e privo di senso, il solito mare di effettacci e brutti mostri che ricordano a tratti L’Acchiappasogni di Lawrence Kasdan (fate voi i conti), l’ovvia montagna di scenari fra l’anonimo e il grigiastro e l’usuale oceano di pessima e freddissima CGI (ormai marchio di garanzia di Scott) che fa sembrare il memorabile pupazzone del ’79 dieci volte più realistico e pauroso.

 

 

E poi cos’altro ci regala questo molesto pasticciaccio senza senso e senza idee mai così lontano dal fascino oscuro e sessuofobico d’inizio saga? Ah certo, il solito sfiancante e pesantissimo simbolismo che non guasta mai, la nota e risibile ambizione che non riesce minimamente a tener testa ai quesiti che pone, il liso e inflazionatissimo tema della maternità tirato in ballo ancora una volta senza il minimo senso della vergogna, i soliti rimandi coatti al povero Kubrick che sorride beffardo nella tomba, l’ennesima riproposta dello stanco e logoro schema di Prometheus e tutta quella serie di più o meno gravi nefandezze che ci conferma ancora una volta nel caso ce ne fosse il bisogno di quanto Scott sia ormai definitivamente bollito e irrecuperabile, un uomo che ha talmente raschiato il fondo del barile che l’unica cosa che riesce a fare è copiare male il primo capitolo della serie, solo che lì dove c’erano astrazione, suggestione, atavica paura dell’ignoto e metafisico terrore del vuoto e delle nostre paure più recondite e celate, qui a regnare incontrastati sono il nulla, lo sperpero visivo che fra un anno sarà già vecchio, la fiera del già visto e la piattezza di una combriccola di scimmie maldestre fino ai limiti della cattiveria con un’unica, insignificante nota positiva rintracciabile in quel simpatico finale fra Wagner e il sorriso sadico, che ovviamente non basta a redimere un’opera banale e sbagliatissima che così come i vari Jurassic World et similia non riesce nemmeno a copiare bene quello che è venuto prima.

 

 

Perché insomma, davvero occorre ricordare che Scott, nei mai così lontani ed idilliaci Seventies, non ha inventato nulla? Chi li conosce sa bene che Terrore nello spazio di Mario Bava e Il mostro dell’astronave di Edward L. Cahn ricoprirono un evidente e fondamentale ruolo nella genesi del primo Alien, ma quanto erano ben assimilati e rielaborati, quei due piccoli e fondamentali capolavori del Cinema Sci-Fi? Quanto era meticolosamente costruito, quell’universo, e quanto ci credevi, a Ripley, a quel mondo e a quei personaggi? Quanto eri violentemente risucchiato in quel labirintico e claustrofobico vortice di tensione e paura dello spazio che non era forse meno buio e terrificante del nostro inconscio? Quanto erano profondamente sinuosi e stimolanti i quesiti e le riflessioni che ci ponevano quelle due ore di puro e lucente Cinema?

Si stenta davvero a credere che la stessa mente che ha partorito quel magico gioiello della fantascienza sia responsabile di questa ignobile porcata, ma purtroppo è così, e ne prendiamo atto ancora una volta.

Qualcuno poi dovrà spiegarci il cammeo di James Franco.

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Francesco Pozzo

Nato a Varese e studente di Linguaggi dei Media presso l'Università Cattolica di Milano, si nutre di Cinema e di tutto ciò che è bello.



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