Dunkirk, di Christopher Nolan


“We shall defend our island, whatever the cost may be. We shall fight on the beaches, we shall fight on the landing grounds, we shall fight in the fields and in the streets, we shall fight in the hills. We shall never surrender.”

 

 

Io e Nolan siamo amici da tempo. Anzi, che ci crediate o meno, una volta eravamo anche migliori amici.

Diciamo che per analizzare come si deve il mio contrastato rapporto con Christopher Nolan bisogna fare un passo indietro all’anno 2005, più precisamente alla fase post Memento e Insomnia, periodo che mi permette di riesplorare un aneddoto che cambiò per sempre la mia vita di giovane cinefilo e al quale mi capita di ripensare spesso.

Una sera di giugno, uscito con un mio amico dalla ridefinente visione di Batman Begins, visione alla quale seguì l’usuale e rigenerante tappa al McDonald’s sotto al cinema, provai una sensazione più unica che rara.

Diciamo che avvertii qualcosa di simile pochi anni prima con quel superlativo cinecomic che è il primo Spider-Man di Raimi, un senso di esaltazione, meraviglia e profondo incanto per quel che avevo appena visto che è probabilmente parte dell’infanzia e che poche altre volte ho provato in vita mia.

L’estasi, la meraviglia, il fomento di aver visto qualcosa di veramente unico ed elettrizzante, un qualcosa che mi fece rimettere in discussione, in un certo senso, il concetto stesso di blockbuster e di esperienza filmica.

Dopo Batman Begins, in poche parole, credevo davvero di poter essere Batman.

Sì perché Batman Begins è uno di quei pochi film che almeno agli occhi di un bambino riescono a farti credere di poter fare realmente la differenza, di poter rendere il mondo un posto migliore, di fornire, nel proprio piccolo, da esempio, perché come diceva qualcuno, non è tanto chi sei, quanto quello che fai, che ti qualifica.

E dire che nemmeno nei miei sogni più luminosi potevo ipotizzare che il bello dovesse ancora arrivare, con quel meraviglioso, affascinante e devastante studio della zona d’ombra dell’umanità che è The Prestige e poco più avanti con il più bel film supereroistico di sempre, seguito infine da quel The Dark Knight Rises che è a suo modo completamento perfetto di una delle trilogie più riuscite e deflagranti della storia del Cinema.

 

 

Ma non tutto è rose e fiori, amici, perché fra un Batman e l’altro Nolan ci ha piazzato Inception e Interstellar, due opere che hanno fatto vacillare non di poco la mia opinione su questo moderno maestro del prestigio o che me l’hanno fatta mettere quantomeno in discussione.

Diciamo che giunsi alla conclusione che il rischio sbrodolata in Nolan scorreva potente, che lasciato libero sfogo al suo estro incontenibile e smisurato non l’avrebbe più fermato nessuno e che saremmo andati incontro a danni seri.

La prosopopea, l’ambizione che scivola nella presunzione, l’eccessiva voglia di spiegare tutto tipica di certo Cinema a portata di americano medio, una presunta sofisticatezza che non era illusionismo e incanto come ai primi tempi ma macchinosità inutile e fastidiosa che vorrebbe dare un tono a blockbuster che funzionerebbero meglio senza cerebralismi e pesantezze inutili, tutta quella serie di difetti, insomma, che non lasciavano presagire nulla di buono per il futuro e che era oggettivamente doloroso associare ad un nome prezioso come quello di Nolan, unico regista vivente capace di creare Cinema mainstream e al tempo stesso ricco di contenuti e capace di suscitare dibatto e importanti quesiti, cosa al giorno d’oggi semplicemente impensabile e per il quale andrebbe venerato a prescindere.

Forse, però, mi sbagliavo.

O meglio, forse Nolan mi ha sentito e un po’ l’ha capito anche lui, che qualcosa non andava, perché con Dunkirk ha cambiato tutto.

 

 

Dunkirk è il gran film che dovete vedere, un’anomalia in quest’epoca di mediocre serialità e di squallidi blockbuster senza sostanza e schiaccia neuroni, un piccolo miracolo di straordinario equilibrio, spessore, classe e precisione, un gioiello che mi ha ricordato a tratti il Sully di Clint Eastwood, due film da Maestro.

 

 

Dunkirk è un film che si apre nella grandezza, con quelle pagine che volano come foglie ungarettiane posandosi al suolo come i corpi lacerati dei soldati devastati dalla sofferenza del campo di battaglia, pagine che ci ricordano con forza la labilità della vita e un destino tragico e incombente che però possiamo provare a sconfiggere, ed è proprio questo il cuore pulsante della parabola umanista di Nolan, la capacità di fare la differenza, di cambiare le cose, di alterare il corso degli eventi, concetto scandagliato con una potenza e un nitore che credevo perduti nel Cinema di Nolan e che mi ha regalato la gioia di ritrovare un vecchio amico.

 

 

Sì perché tutta la noia, la verbosità, le inutili e mastodontiche complicazioni sono state accortamente messe da parte a favore del silenzio e della pura estasi visiva, di sbalorditivi campi lunghissimi intrecciati a delicati primi piani intimisti, di un’algidità che è parte integrante dello stile di un grande autore e cantore moderno che sotto la presunta glacialità di cuore ne ha tanto, ma davvero tanto, e a cui preme solo e soltanto l’esperienza cinematografica, possibilmente in 70mm, e che ce lo ricorda questa volta con una pellicola di guerra d’altri tempi e al tempo stesso realmente inedita e di semplicità sconvolgente, un film che quasi senza copione ricostruisce lo strazio che fu sui volti di chi soffrì e si sacrificò cercando di mutare il corso della Storia e che in qualche modo la cambiò veramente, fra rantoli, sudori freddi, sguardi segnati dal terrore della morte e dall’insensatezza della guerra esaltati dalla grana di quella pellicola che è legame con un passato che non vorremmo abbandonare mai e la meraviglia immersiva e senza precedenti dell’IMAX, ponte ideale verso il futuro e verso l’evoluzione del Cinema, unico mezzo in grado di restituirci a fondo il terrore della minaccia incombente con immagini di raggelante tensione e poetica e autentica disperazione, vere e indiscusse protagoniste di un’opera in cui il magistrale contributo di Zimmer che scandisce il tempo a suon di ticchettii è incisivo e fondamentale, ma che paradossalmente avrebbe funzionato anche senza, tanta è la forza della messinscena.

 

 

Dunkirk è come Mad Max, pura ed esaltante esperienza visiva, tesa e abbacinante corsa contro il tempo e intimo racconto umanista, meraviglioso affresco dai colori freddi che ci ricorda ancora una volta come una sconfitta possa tramutarsi in conquista morale e come la sofferenza e la perdita possano portarci ad una futura riconciliazione, ad una solidarietà capace di fare la differenza e di unirci conducendoci verso lidi più luminosi.

Non c’è eroismo, in Dunkirk, solo volontà di sopravvivere, di fermare il tempo e di aiutare i proprio fratelli, il proprio Paese, il proprio compagno, i proprio amici, in un film in cui i ranghi non contano, perché non vi è poi molta differenza fra il Comandante Branagh che osserva inerme e frustrato nell’impossibilità di evitare la disfatta imminente e tutti quelli che abbandoneranno le proprie case o si ripareranno dal fuoco nemico in trincea cercando di dare il loro piccolo contributo come parte di un tutto, uomini comuni per un obiettivo comune, falange di opliti alla ricerca della chiave per sconfiggere e alterare il corso degli eventi chi per acqua, chi per terra e chi nell’alto dei cieli, uniti nel disperato tentativo di portare a casa la pelle e la dignità schivando un nemico che non si vede ma che c’è e non risparmia un colpo, incarnazione invisibile del male che è la guerra, un male che sembra ricordarci Nolan assume sempre più le forme indefinite di un confine labile e nebuloso dal quale dobbiamo sempre guardarci le spalle, ma che possiamo sconfiggere tutti i giorni grazie a coloro che ci stanno vicino, esercitando la solidarietà e quel dono sempre più dimenticato che è la pietas, anche se al momento non vorremmo, anche se il cuore e la rabbia ci suggerirebbero di fare il contrario.

 

 

Eppure c’è qualcosa di ancora più potente e glorioso di tutto questo, signori, ed eccolo lì, quello straordinario e monumentale essere umano che è Tom Hardy, che si libra in cielo mastodontico sulle ali del Cinema e sul tramonto dorato delle spiagge francesi, un divo d’altri tempi, un Brando, uno dei più grandi attori viventi.

Che attore, Tom Hardy.

Si vede poco, muove le spalle, gli fanno un close-up da storia del Cinema e se la porta a casa col suo fascino caracollante.

 

 

E poi c’è il finale.

Magnifico, magnetico, di una potenza indescrivibile, capace di rammentarci ancora una volta che non esiste vergogna nell’aver tentato di cambiare le cose, che il vero fallimento è nell’immobilità e nella rinuncia, che la paura e la debolezza sono cose umane, e che come sempre nel Cinema di Nolan niente è ciò che sembra, perché uno sguardo basso e di vergogna può diventare l’altra faccia dell’esaltazione, un pianto può mutare in una risata di gioia e liberazione, uno smacco può trasformarsi in vittoria da festeggiare con una birra e un amico in quella casa che tante volte nominiamo ma che troppo spesso fatichiamo a vedere, accolti dalla luce dei volti delle persone che amiamo, nella speranza e nella costruzione di un futuro migliore.

Mi ricordo quella sera da McDonald’s da bambino, che pensavo esaltato: “Ecco, questo è uno dei più grandi registi viventi”.

Come non mi sbagliavo.

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Francesco Pozzo

Nato a Varese e studente di Linguaggi dei Media presso l'Università Cattolica di Milano, si nutre di Cinema e di tutto ciò che è bello.



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