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Guardiani della Galassia Vol. 2, di James Gunn


“Avere un posto dove andare è una casa, avere qualcuno da amare è una famiglia, avere entrambi è una benedizione.”

 

Il primo Guardians of the Galaxy, spiace dirlo, non si rivelò un film riuscito.

Non tanto per il suo essere derivativo e per la sua malriuscita commistione di toni, stili e scopiazzature che cozzavano tra loro nella noia più molesta e annichilente, ma principalmente per la difficoltà di legarsi ad un gruppo di personaggi monodimensionali e profondamente vuoti ed antipatici che non lasciavano certo ben sperare per l’immediato futuro.

Tuttavia, già da come si apre, questo Guardians of the Galaxy Vol. 2, con Kurt Russell capellone e ringiovanito come ai tempi de La Cosa e Grosso guaio a Chinatown, si denota subito un certo piacevolissimo amore per il Cinema e per l’onnipresente cultura pop che non è sterile, noioso e asfittico com’era nel primo episodio, ma che possiede un flebile ma sincero senso di meraviglia e incanto. Poi pian piano la vicenda si sviluppa e ti sorprendi, perché a differenza del primo un po’ ti diverti, percepisci una simpatia che non ti saresti mai aspettato, avverti un maggiore approfondimento dei personaggi e della scrittura e ti accorgi che più si va avanti più ti leghi, in qualche modo, a questa eccentrica banda di scappati di casa, cominciando quasi ad interessarti alle loro vicende, a lasciarti andare, ad addentrarti timidamente in questo bizzarro e colorato universo che fino ad ora ti aveva totalmente respinto.

 

 

Insomma, bisogna proprio dirlo, molto carino questo Guardians of the Galaxy Vol. 2.

Film di padri, figli, fratelli, sorelle, legami avariati e giorni di un futuro passato che sotto la patina ostentatamente caramellata cova temi interessanti che meriterebbero un approfondimento sempre maggiore che ci viene invece troppo spesso negato. Certo, sempre di un blockbuster e soprattutto di un film Marvel si tratta, i compromessi, la lunghezza interminabile, l’insostenibile noia degli scontri fluorescenti ed infiniti che stenderebbero ormai anche un bambino di tre anni ci sono tutti, ma c’è anche dell’altro.

C’è una discreta dose di centrata ironia, un pizzico d’introspezione e un certo amore per questo mondo e per certo bel Cinema del passato che Gunn rilegge e rielabora alla sua maniera con un film che pur essendo distante cinque sistemi solari dalle meraviglie di un E.T. e di altri insuperati capolavori spielberghiani si rivela comunque capace di riportare alla mente la magia e il fascino deforme dell’Hellboy di Del Toro con il suo toccante amore per i diversi e per gli scansati, e sorprende davvero constatare che per una volta non manchi nemmeno qualche sequenza memorabile, un climax che arriva ad essere quasi commovente e uno spessore, un’energia e un senso dello spettacolo e dell’avventura notevolmente superiori rispetto al primo malriuscito capitolo e in generale a qualsiasi film della Casa delle Idee.

 

 

Ma sopra tutto e tutti (questo annotatevelo) si staglia lui, la cosa di gran lunga più bella e affascinante di questo grottesco e variopinto universo di fricchettoni galattici: il magnifico Yondu di Michael Rooker, personaggio di una profondità e di un carisma superiore tre anni luce rispetto a tutti gli altri e capace di risollevare ed elevare l’intera saga con una piccola alzata di sopracciglia, malinconico reietto della galassia che diventa qui personaggio struggente e stratificato, quasi dolente nella sua dolorosa e coriacea diversità in netta contrapposizione al piatto, plastificato ed antipaticissimo protagonista Chris Pratt, che dopo una gavetta di brutti ed insignificanti blockbuster si conferma purtroppo interprete molto poco dotato.

Fortuna che in soccorso arrivino prontamente il babbo splendidamente interpretato dal solito meraviglioso Kurt Russell, un breve ma intenso Sylvester Stallone che con quegli occhi lucidi e temprati dagli eventi riesce ancora una volta a mangiarsi un’intera galassia e che si spera ovviamente di rivedere molto di più nel terzo episodio, Bautista e Saldana in palla, la tenerezza degli occhioni di Baby Groot che ricordano vagamente il gatto di Shrek, David Hasselhoff, la contagiosa demenza dei Ravagers e tutta una nutrita e sorprendente serie di pregi che porta ad affermare che se Guardians of the Galaxy Vol. 2 non è il miglior film Marvel mai realizzato (ed è molto probabile che lo sia), riesce quantomeno nel difficile compito di rivelarsi all’altezza del primo simpaticissimo Thor, che nella sua vincente formula di rispetto per il materiale trattato ed ironia camp riusciva a cogliere l’universo Marvel come nessun altro era finora riuscito, e che ci si augura di ritrovare rifulgente nell’imminente Ragnarok.

 

 

E certo, sarebbe folle pensare di trovarsi davanti ad un filmone complesso e madornale come Logan, ma è sacrosanto precisare che siamo fortunatamente ben distanti dalla noia soporifera e luciferina dell’ultimo Doctor Strange e dei vari Avengers e Civil War, se non altro perché stavolta ci troviamo davanti ad un prodotto che nel bene e nel male possiede una sua identità, una maggiore libertà acquista da Gunn sotto ogni punto di vista, un’ammirevole cura e consapevolezza verso legami e temi universali che ci riguardano da vicino ma soprattutto, sia lodato il Signore, un maggiore, sacrosanto rispetto per il pubblico, con un finale che riesce nella difficilissima impresa di essere genuinamente bello e toccante e al quale spiace veder seguire la solita valanga di insopportabili titoli di coda in netta contrapposizione con quanto mostrato un secondo prima e con la bellezza di cinque inutilissime e spossanti scene post-credits che veramente sarebbe anche ora di farla finita, ma che perdoneremo alla luce delle due ore precedenti.

Quindi sì, non male Guardians of the Galaxy Vol. 2. Non è divertimento sterile, è simpatico, ha un cuore.

Ecco, solo una cosa: il 3D, nel 2017, veramente NO.

Marvel/DC 10 a 1, Noi siamo Sly.

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Francesco Pozzo

Nato a Varese e studente di Linguaggi dei Media presso l'Università Cattolica di Milano, si nutre di Cinema e di tutto ciò che è bello.



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