La La Land, di Damien Chazelle


“City of Stars, are you shining just for me?”

 

C’è un che di tarantiniano nell’amore e nella perizia con cui Damien Chazelle metabolizza e rielabora le meraviglie del passato, quei film straordinari che ci hanno fatto commuovere e amare così profondamente e romanticamente il Cinema, dando talvolta un senso alla nostra esistenza. E così, approdando al musical, Chazelle ci regala un’opera d’arte.

Un’opera d’arte, sì. Come opera d’arte era quel folgorante e monumentale È Nata una stella che ci regala brividi di gioia ogni volta che lo guardiamo, riflessione travolgente, amara e variopinta sulla Hollywood che fu e sulla scalata al successo intrecciata ai rapporti con le persone della nostra vita, elevato da quel finale sublime e dolente che ridefinisce il concetto di amarezza e disincanto, con James Mason che solca le onde marine dirigendosi lentamente verso la fine del suo personale viale del tramonto, illuminato da un sole impassibile che sconvolge e devasta nel profondo.

Un finale così disperato che quasi oscurava il successivo e conclusivo messaggio di speranza e definitiva consacrazione, e dal quale si usciva sconfitti, consapevoli che siamo solo di passaggio e che ogni cosa è aleatoria, specialmente nella Città dei Sogni.

 

 

La La Land è invece il più sgargiante inno alla vita, all’arte e all’amore da molti anni a questa parte, classico contemporaneo di tramonti violacei e sentieri losangelini magici ed elettrizzanti nel quale non c’è spazio per l’amarezza ma solo per una lieve malinconia che ci avvolge come una coperta calda, e dal quale si esce commossi ed euforici al tempo stesso, consapevoli di aver assistito ad un’opera straordinaria che si apre in Cinemascope e che ci ricorda cose che sembrano magari banali ma che tendiamo troppo spesso a dimenticarci, come ad esempio quanto sia importante inseguire i nostri sogni fino alla fine ricordandoci però che questi hanno anche un prezzo, e che a volte, in nome della creatività e di certi ideali e traguardi, come ci ricorda anche lo splendido Café Society di Woody Allen, si possono prendere strade diverse e talvolta dolorose rispetto a quelle inizialmente pensate.

Perché l’amore, come la vita, è una cosa complessa e imprevedibile, impossibile da pianificare, così come puro frutto della fantasia sono i rewind che ci permettono di mutare il corso gli eventi della nostra esistenza, e La La Land ci parla delicatamente di questo e molto altro, ma sconvolge soprattutto per la maestria con cui assimila e cita magicamente e meravigliosamente tutto il citabile, partendo dall’ovvio Cantando sotto la pioggia fino a La donna che visse due volte di Hitchcock con la sua splendida e indimenticabile luce verde, per poi omaggiare due volte la sequenza dell’ascensore di Drive con Gosling che amoreggia con un pianoforte al posto di Carey Mulligan, e che magari, come se non bastasse, ti piazza a neanche metà percorso un omaggio a Gioventù Bruciata capace di squagliarti dai brividi d’emozione.

 

 

E se questo gioiello di film ci fa intelligentemente e magnificamente riflettere su tutto ciò che di buono c’è da preservare e proteggere, come quel jazz al quale forse dovremmo aprirci di più, è con Casablanca che arriva l’omaggio più sentito e definitivo, quello che consacra per sempre i volti dei suoi meravigliosi e incantati protagonisti, magistralmente illuminati da un’eterea e sospesa luce soffusa in uno splendido gioco di note, silenzi, occhi e sguardi che raggiunge la perfezione e che entra di diritto nel nostro cuore e nella storia del Cinema, riportandoci a quella che è forse la sequenza più emblematica e toccante dell’intero film, quella in cui è racchiuso il senso e il cuore di tutto, lo struggente momento in cui al buio di una sala cinematografica, anche se la pellicola brucia, il sogno e la magia possono continuare grazie a noi.

 

 

E quanto sono magnifici, Ryan Gosling ed Emma Stone? Quanto sono bravi, simpatici, sintonizzati alla perfezione? Quanto è bravo Chazelle a riadattare un genere e un immaginario restituendoci un’epoca e aggiornandola al linguaggio e alle esigenze dei giorni nostri come solo un maestro saprebbe fare? Quanto è palpabile e commovente il suo amore per la Settima Arte? Quanto sono strabilianti i colori, le canzoni, le inquadrature, i balletti, le coreografie e l’abbacinante fotografia di Linus Sandgren? Quanto incanta e travolge questa vicenda semplice ma straordinaria nel suo candore e nella sua vorticosa freschezza? Quanto fa stare bene, La La Land?

Perché sì, La La Land è uno di quei film che fanno stare bene, che ti fanno dimenticare per un momento quel grande e a volte ingiusto casino che è la vita, uno di quei capolavori che ti ricorda che cosa meravigliosa e mozzafiato è innamorarsi, anche se non ricambiati, anche a costo di soffrire come cani, e che ci rammenta al tempo stesso l’importanza della Fede e della voglia di volare, di quanto è bello e fondamentale sperare e lavorare per un futuro diverso e migliore seguendo i nostri ideali e ciò che ci fa alzare la mattina, alla ricerca di un sogno che si può concretizzare e non più semplicemente scrutare dall’Osservatorio Griffith.

 

 

Perché in La La Land il sole non ci osserva indifferente come nel capolavoro di Cukor o come in Silence di Scorsese, ma brilla e ci invita al futuro, ricordandoci che anche se non abbiamo mai conosciuto la felicità, dobbiamo proseguire sulla nostra strada. Senza perdere mai la speranza di trovare la nostra stella, quel qualcuno che possa illuminare la nostra vita e il nostro sentiero, dandoci la carica per realizzarci come persone e per cambiare le cose e talvolta noi stessi, rendendoci felici o quantomeno dandoci l’illusione di esserlo. Perché a volte, nella vita, solo di questo avremmo bisogno.

Dedicato ai folli e ai sognatori.

 

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Francesco Pozzo

Nato a Varese e studente di Linguaggi dei Media presso l'Università Cattolica di Milano, si nutre di Cinema e di tutto ciò che è bello.



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