The Mule, di Clint Eastwood


Clint Eastwood è il cinema. Piacciano o meno le opere e le idee che quest’uomo fiero e meraviglioso porta avanti con coerenza e concretezza invidiabile da più di mezzo secolo, spesso fraintese quando non totalmente e sciaguratamente travisate, non si può non riconoscere che pochi grandi artisti, nel cinema come in tutte le arti, sono invecchiati bene quanto lui.

 

 

The Mule non è Gran Torino o Million Dollar Baby e non rientra nemmeno fra i suoi cinque capolavori più grandi, non ne possiede la perfezione e nemmeno, se vogliamo, il sublime e lancinante afflato epico, ma è un gioiello di una sincerità e di una maestria commovente, il piccolo grande film di uno splendido ottantottenne che per una vita intera ha proseguito per la propria strada con la testardaggine di un mulo e che è oggi giunto ad un livello di competenza ed agilità che non conosce semplicemente eguali nel cinema contemporaneo, il viaggio tortuoso e sinceramente toccante di un coriaceo ma dolce ed (auto)ironico uomo di cinema che senza fronzoli e lungaggini inutili fa un amaro bilancio della propria esistenza e della propria immagine arrivando a dirci quello che vuole con una profondità fordiana e con la semplicità e il nitore che l’hanno da sempre contraddistinto, illustrandoci e dimostrandoci ancora una volta come solo lui sa fare, con quella luminosa saggezza e quella pacata tenerezza che stempera la ruvidezza e che arriva a scalfire e poi sciogliere lentamente anche il più algido dei cuori, che niente è solo bianco o solo nero e che spesso una persona capace di gesta discutibili o incapace di esprimere anche gli affetti più basilari possa prendersi cura di un fiore con l’amore e la delicatezza che si riserverebbe ad un figlio perduto o mai conosciuto.

Earl Stone è una di quelle persone, un uomo che ha sbagliato tutto ed è arrivato a fine corsa lasciandosi la vita alle spalle, una vecchia canaglia consapevole dei propri errori che non si pone troppi dilemmi morali e che vuole godersi senza problemi quel poco che gli rimane ma a cui resta, forse, ancora un po’ di tempo per rimediare, per sistemare le cose e rimettere assieme i cocci, per recuperare una famiglia a pezzi e gli affetti all’apparenza irrimediabilmente perduti, consapevolezza che maturerà lentamente e dolorosamente nello splendido ed accorato secondo atto nell’ellittico e sfocato rapporto con il comprensivo poliziotto interpretato dal solido Bradley Cooper, meraviglioso e cruciale incontro fra due figure totalmente opposte ma ugualmente difettose che raggiunge il culmine della bellezza con quella splendida e prospettica inquadratura in macchina che vede due uomini profondamente diversi che però si rispettano e si mettono dolentemente a nudo sussurrandosi le proprie mancanze e i rispettivi fallimenti, un momento di grande cinema che riporta alla mente la tragica e sublime grandezza del finale di Heat di Michael Mann e di tutti i suoi splendidi ed ambigui antieroi.

 

 

C’è chi si è sempre bendato gli occhi inquadrando superficialmente Eastwood come un regista reazionario e biecamente di parte, ma l’ovvia verità è che Clint è sempre stato dalla parte dell’uomo e dei suoi ideali, illustre portavoce di un cinema classico e antropocentrico carico di una pietas e di un’humanitas che appartiene solo ai grandi delle epoche passate e che mette l’essere umano e il rispetto per il prossimo prima di ogni altra cosa e di ogni superfluo canone estetico, un cinema maturo, limpido e toccante che non è mai stato politico o schierato ma sempre profondamente riguardoso e foriero di grandi pilastri dell’umanità come il rispetto e la tenerezza, l’orgoglio e la dignità, la voglia e la consapevolezza di perdonare e di poter fare qualcosa per migliorare una società violenta ed alienata che ha perso i valori più elementari nella speranza di un futuro più radioso e civilizzato, una lezione che ha brillantemente assimilato da Hawks, Siegel e Leone e da tutti i grandi maestri con cui è cresciuto e che ha messo in pratica come mai nessuno prima d’ora con la sicurezza di un padre e la dolcezza di un nonno che ci guida per mano trasmettendoci antichi valori fra una battuta e una carezza.

Mi torna alla mente un’intervista di Ellen DeGeneres durante la quale Clint, parlando placidamente delle unioni civili e di cosa significasse essere un liberale al giorno d’oggi, rispose con socratica laconicità: “Io penso che ognuno andrebbe lasciato libero di fare quello che vuole”.

Ecco, questo è The Mule. Questo è Clint Eastwood.

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Francesco Pozzo

Nato a Varese e studente di Linguaggi dei Media presso l'Università Cattolica di Milano, si nutre di Cinema e di tutto ciò che è bello.



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