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Annibale, l’uomo che mise in ginocchio Roma


Annibale Barca, un nome che nel corso dei secoli è diventato leggenda. 
Il generale cartaginese, vissuto tra il 247 ed il 183 a.C., a detta degli storici e degli analisti è stato senza dubbio uno dei più grandi tattici che il mondo abbia mai visto, tanto che la sua strategia per vincere i romani a Canne (nel 216 a.C.) ancora oggi si studia nei manuali di tattica militare.

 

I BARCIDI, UNA DINASTIA ANTI-ROMANA

Per meglio capire il ruolo che Annibale ebbe nella storia bisogna prima brevemente analizzarne le radici: era nativo di Cartagine (situata nell’odierna Tunisia e al tempo capitale di un grande impero che rivaleggiò con quello romano per il controllo del mediterraneo) e suo padre era Amilcare Barca (latinizzato dal punico “barak”, soprannome che significa “fulmine” e da cui deriva l’appellativo della dinastia dei Barcidi), membro dell’antica aristocrazia cartaginese e grande generale che aveva combattuto contro Roma durante la Prima Guerra Punica, che si era conclusa con la sconfitta cartaginese ed un pesante trattato di pace corredato di un’immensa indennità di guerra da pagare.
Amilcare oltre ad essere un uomo d’arme era anche politico e pensatore fine, aveva compreso già da tempo che due super-potenze affacciate sullo stesso mare come erano Cartagine e Roma non avrebbero mai potuto convivere, e che una delle due prima o poi sarebbe dovuta perire.
E Amilcare fece di tutto perché a sparire dalla faccia della Terra fosse Roma: ebbe tre figli maschi, Annibale, Asdrubale e Magone, da lui definiti “i tre Leoncini” e allevati nell’odio per Roma con il preciso intento di aiutarlo a portare la rovina sulla città capitolina.

LA GIOVENTÙ DI ANNIBALE: UN GIURAMENTO PESANTE

L’educazione di Annibale e dei suoi fratelli fu di stampo ellenistico esattamente come quella di tutti i giovani aristocratici cartaginesi, ed egli in particolare fu seguito da grandi maestri venuti direttamente dalla Grecia che gli incisero a fuoco in mente grandi modelli ed idoli quali Alessandro Magno, Lisandro, Ercole e Leonida.
Quando aveva appena nove anni il piccolo Annibale fu portato dal padre in Iberia (l’odierna Spagna), dove il generale stava andando con l’esercito per una grande campagna militare di riconquista (l’Iberia era stata possedimento cartaginese, prima di andare perduta).
Il ragazzo divenne in breve tempo uomo e soldato, fu forgiato dalle difficoltà della guerra e dalla vita in un paese ostile, ma lo scrittore latino Cornelio Nepote ci ricorda un episodio in particolare avvenuto a quel tempo: 
Amilcare una sera prese il ragazzo da parte e con lui andò a compiere dei sacrifici a Giove; prima di tornare nell’accampamento però fece una richiesta al figlio, voleva un giuramento, che Annibale non si sognò nemmeno di negare al padre: quella sera infatti venne giurata eterna inimicizia a Roma, finché Annibale fosse vissuto avrebbe fatto di tutto per combattere il popolo stanziato sulle rive del Tevere.

 

LA SECONDA GUERRA PUNICA, ROMA IN GINOCCHIO

La campagna iberica fu un successo: Amilcare riuscì a sottomettere gran parte della Spagna meridionale e centrale, ricchissima di miniere, risorse e uomini da arruolare (le tribù di celtiberi, popolazioni celtiche considerate tra le più coriacee truppe di fanteria in assoluto).
Purtroppo il generale cartaginese morì tragicamente durante l’attraversamento di un fiume nel 229 a.C., lasciando il comando delle truppe al genero Asdrubale Maior che tuttavia morì pugnalato in circostanze misteriose pochi anni dopo, lasciando tutto nelle mani di Annibale che, a ventisei anni diciassette dei quali passati lontani da Cartagine, vedeva i tempi maturi per compiere tutto ciò a cui si sentiva destinato fin dalla nascita: distruggere Roma e consegnare il Mediterraneo nelle mani di Cartagine.
Nel 218 a.C. Annibale marcia in Italia attraversando le Alpi (impresa considerata prima di allora impossibile, tanto più con un esercito al seguito) portando con sé 50.000 uomini (prima della traversata si stima fossero 80.000/90.000, a testimonianza di quanto sia stata dura l’impresa) e i famosi 37 elefanti che crearono grande scompiglio tra le truppe romane.


L’inizio della Seconda Guerra Punica nacque nel segno del genio strategico del generale cartaginese, che sbaragliò tutte le legioni inviate per fermarlo, vincendo consecutivamente presso il Ticino, il lago Trasimeno e a Canne (probabilmente la peggiore sconfitta di sempre subita dai romani, con le cronache del tempo che parlano di perdite comprese tra i 45.000 e gli 80.000 legionari romani e italici).
Roma era in ginocchio, più vulnerabile che mai, il nemico pareva un titano ed era alle sue porte, tutto sembrava perduto e la città era nel panico più totale, ma inspiegabilmente Annibale non attaccò mai direttamente Roma: gli storici sono discordi sul perché non lo fece e l’analisi delle ragioni richiederebbe un altro articolo, fatto sta che Annibale dopo la Battaglia di Canne nel 216 a.C. rimase altri tredici anni in Italia meridionale, vincendo piccole battaglie e adottando una politica di destabilizzazione volta a sollevare i popoli italici alleati dei romani, cosa che mai gli riuscì veramente.

IL TRACOLLO E LA FINE

Il 203 a.C. fu l’inizio della fine, infatti egli dovette tornare in fretta e furia a Cartagine poiché i romani sotto il comando di Publio Cornelio Scipione (detto l’Africano) avevano portato la guerra in territorio nemico facendo sbarcare parecchie legioni in Nordafrica e ingrossando ulteriormente le proprie fila grazie alle truppe del re numida Massinissa, da poco alleato di Roma.


La Seconda Guerra Punica terminò l’anno seguente, il 202 a.C., quando a Zama le truppe di Scipione inflissero una sonora sconfitta ad Annibale, cosa che costrinse Cartagine a chiedere la resa.
Negli anni seguenti il generale si dedicò alla politica e provò in tutti i modi a risollevare l’economia della sua patria ma, inviso e invidiato dal “Consiglio dei Cento” (che rappresentava l’oligarchia cartaginese), nel 195 a.C. venne accusato di tramare contro i romani e denunciato, costringendolo all’esilio volontario piuttosto che subire l’onta di essere consegnato al vecchio nemico (che, c’è da dire, non vedeva l’ora di averlo tra le mani).
Gli anni seguenti furono un umiliante girovagare per i regni orientali, con Annibale che offriva la propria esperienza ai sovrani e ai potenti che ne necessitavano.
La stella del grande uomo si spense nel 183 a.C., quando con i romani alle calcagna e sul punto di catturarlo Annibale preferì ingerire una dose di veleno che portava sempre nel castone di un anello, piuttosto che finire nelle mani dei romani e quindi subire l’umiliazione della passerella in città e la morte in carcere.
Un personaggio incredibile e dotato di un intelletto sublime, il cui solo nome anche dopo la morte bastava per mettere paura a qualsiasi cittadino romano, in quanto evocazione di un tempo in cui Roma, la grande Roma, fu sul punto di venire ridotta in cenere.

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Fabrizio Foresio

Mi chiamo Fabrizio, sono nato a Brescia ma cresciuto tra Milano e Varese. Storia antica e letteratura sono le mie piccole grandi passioni, assieme alla scrittura ed al Rugby, scuola di vita che mi ha dato davvero tanto.



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