Gladiatori, una storia scritta nel Sangue


Nell’immaginario moderno la figura del gladiatore è un po’ per tutti essenza stessa della Roma antica.
Il terreno del Colosseo, sabbioso, macchiato di sangue e circondato da spalti gremiti di tifosi festanti di fronte a due uomini che si fanno a pezzi è un’immagine più che viva in tutti noi grazie al grande successo che questi guerrieri hanno avuto nella cultura di massa, soprattutto a livello cinematografico (basti citare “Il Gladiatore” di Ridley Scott che, per quanto storicamente scorretto, rimane una perla assoluta).

Ma quanto sappiamo realmente riguardo questo sanguinario “sport” che tanto appassionava gli antichi romani?
Con questo articolo ho provato a dare una panoramica generale di tutto quello che essi rappresentavano in un mondo allo stesso tempo così lontano e così vicino a noi.

 

GIOCHI FUNEBRI, ANTICO RETAGGIO ETRUSCO

L’Etruria corrispondeva grossomodo all’odierna Toscana e i suoi abitanti furono tra i primi nemici di Roma; la sua fiorente civiltà aveva numerose colonie e controllava ampi spazi di territorio in tutta la penisola italiana, compresa la stessa città capitolina (che subì il dominio etrusco fino al VI secolo a.C.).

Tuttavia dopo un lento declino e di fronte all’espansione romana gli etruschi subirono un tracollo e nel III secolo a.C. erano già stati conquistati e sottomessi a Roma, che ne assorbì il modo di combattere, l’arte e la cultura: e proprio in questa cultura, grazie ai mosaici e alle pitture arrivate fino a noi, sappiamo che erano presenti i giochi funebri (duelli all’ultimo sangue eseguiti duranti i funerali di uomini importanti e meritevoli).

 

“PANEM ET CIRCENSES”: LA PASSIONE DEI ROMANI PER IL SANGUE

Fu con i romani che i giochi gladiatorii fiorirono e aumentarono esponenzialmente, il popolo ne andò subito matto e la sua pratica divenne un vero e proprio business praticato da stato e privati: infatti oltre ai “Munera” (“Doveri”, spettacoli organizzati da privati, spesso come onoranza funebre o celebrazione di qualche evento particolare) nacquero i “Ludi” (ossia “giochi”, sponsorizzati dallo stato e aperti a tutti).

La celebre locuzione latina “Panem et circenses” (“Pane e giochi circensi”) riferita tutt’oggi a pratiche demagogiche della politica volte a soddisfare le basse voglie del popolo a fronte di qualcosa da nascondere è da attribuirsi a Giovenale, poeta satirico latino del I secolo d.C. che ben aveva compreso le logiche che spesso manovravano i potenti, ieri e sempre.
In linea di principio Roma riservava alla vita gladiatoria solo gli schiavi più pericolosi quali banditi, prigionieri di guerra e assassini di ogni genere, ma in realtà nel suo sottobosco si poteva trovare ogni tipologia di individuo: dai condannati a morte che venivano gettati allo sbaraglio nelle arene contro bestie feroci o altri gladiatori fino agli uomini liberi, anche romani, che si davano alla vita del gladiatore in cerca di denaro e fama o semplicemente per noia.

LA MORTE SUBLIME

Essere un gladiatore era un privilegio agli occhi dei romani, aveva un grande significato e morire nell’arena, con onore, era visto come un atto sublime.

Oltretutto i gladiatori erano una sorta di antiche superstar dello sport: se si era bravi, ed essere bravi significava saper uccidere senza essere uccisi, si ottenevano molti soldi che il gladiatore poteva tenere e spendere come voleva (facendosi portare all’interno della Scuola gladiatoria dove era rinchiuso cibo, oggetti e donne).
Sul versante donne poi un bravo gladiatore si poteva considerare fortunato: erano molte le ricche matrone romane che spendevano parecchi denari per avere la possibilità di trascorrere una notte di fuoco assieme al loro idolo prediletto.
Proprio come oggi poi anche a quei tempi c’era chi parteggiava per l’uno o per l’altro combattente e spesso si poteva assistere a zuffe tra “tifoserie”, la più celebre delle quali è la rissa tra pompeiani e nocerini avvenuta nel 59 a.C. all’anfiteatro di Pompei.
L’episodio è raffigurato su un affresco conservato al Museo Archeologico Nazionale di Napoli e viene ricordato dallo storico latino Tacito con queste parole: “…sulle gradinate sono passati dagli insulti alle vie di fatto. Prima c’è stata una sassaiola e poi si sono accoltellati. I pompeiani hanno avuto la meglio. Molti nocerini sono tornati a casa mutilati di ferite in più parti del corpo. Ci sono stati anche dei morti…”.
Insomma, per quanto potesse essere una condizione umiliante e pericolosa i gladiatori venivano trattati sicuramente meglio dello schiavo medio, costretto a lavorare in catene fino alla morte negli assolati campi del Sud Italia o nelle oscure miniere nei luoghi più remoti dell’impero.

IL “LUDUS”, SCUOLA GLADIATORIA

L’addestramento dei gladiatori avveniva in un’apposita scuola, il “Ludus”, una caserma-prigione sorvegliata da guardie armate giorno e notte e dove si alloggiavano gli schiavi nelle celle.
Questi edifici erano gestiti dai lanisti: impresari che compravano e addestravano gli schiavi che in seguito affittavano agli organizzatori di giochi di tutto l’impero.
Il nome “Ludus” letteralmente significa “gioco”, anche se di giocoso al loro interno c’era ben poco.
Chi vi entrava faceva un giuramento sacro e terribile al proprio lanista, che spesso era un ex gladiatore che aveva guadagnato la libertà e aveva fatto fortuna: a lui si giurava di essere “bruciati, picchiati, legati e uccisi con un’arma di ferro”, una sorta di promessa atta ad affrontare la morte con onore, dritto in piedi, così come voleva l’arte gladiatoria.

Gli schiavi vivevano all’interno del “Ludus” in costante allenamento fisico e addestramento militare, venivano ben nutriti e incoraggiati a mettere peso, il che rendeva il loro mantenimento molto dispendioso, motivo per cui il prezzo con cui venivano venduti e affittati era alto (i giochi costarono debiti su debiti allo stato romano più volte nel corso della storia).
Visto proprio il loro valore economico era raro che un gladiatore venisse ucciso dopo aver perso un combattimento senza ricevere una ferita mortale: era l’editore dei giochi, dopo aver ascoltato anche le acclamazioni del pubblico, a deciderne le sorte (che quasi sempre era favorevole, dato che in caso contrario egli avrebbe dovuto pagare al lanista il costo dello schiavo in aggiunta a quello della prestazione).

COSA CI RESTA?

I Giochi gladiatorii ebbero vita assai lunga: dal III secolo a.C. quando i romani li adottarono dalle usanze etrusche dei giochi funebri, essi andarono avanti fin quasi all’inizio del Medioevo (Costantino I nel IV secolo d.C. dopo aver abbracciato la fede cristiana li proibì per legge, tuttavia essi continuarono più o meno in maniera sotterranea e ininterrotta in tutto l’Impero, soprattutto in quelle zone dove la vigilanza del sistema centrale era più assente)
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Di questo “sport” oggi nella pratica ci resta ben poco, anche se si potrebbe dire che i romani furono precursori di tutto il sistema sportivo moderno, basato sui grandi club (i “Ludus” appunto, ognuno diverso dagli altri per luogo di provenienza, stile di combattimento insegnato al suo interno, etnia degli schiavi ecc…), sulle tifoserie, sui grandi movimenti economici (scommesse e soldi dello stato) e i grandi problemi finanziari.
Perché l’uomo muta tempo e luogo, ma le dinamiche sociali a cui esso dà vita devono sempre avere una radice nel suo passato, vicino o lontano che sia.

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Fabrizio Foresio

Mi chiamo Fabrizio, sono nato a Brescia ma cresciuto tra Milano e Varese. Storia antica e letteratura sono le mie piccole grandi passioni, assieme alla scrittura ed al Rugby, scuola di vita che mi ha dato davvero tanto.



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