Intervista in giallo


Carlo Lucarelli, classe 1960, scrittore di romanzi ma non solo. La sua produzione spazia dalla televisione al teatro, passando per cinema, fumetti e opere per ragazzi e bambini. Noi di UniCoffee lo abbiamo incontrato presso l’Università Bocconi di Milano, a margine di un evento organizzato dall’associazione Bocconi d’Inchiostro. Tra storie, luoghi e narrazioni che si incastrano tra loro e misteri che sono oscuri anche al loro stesso ideatore, questo è quello che ci ha raccontato.

 

Come nasce l’idea di un romanzo e come avviene, invece, la definizione del personaggio principale?

L’idea di un romanzo per me nasce da una serie di elementi che si incastrano tra loro. Il primo è qualcosa che succede nel mondo, che genera in me delle domande e che mi piacerebbe raccontare, capire. Poi, una serie di immagini che ho voglia di raccontare, che vedo dentro a questa storia. Infine, un personaggio che la racconti. A volte questi personaggi già ci sono, magari l’idea che ho in mente potrebbe essere raccontata nell’Italia di una volta, allora mi viene in mente il commissario De Luca. Oppure, se vedo bene Bologna come sfondo, allora è Grazia Negro a raccontare. Nasce tutto grazie all’insieme di queste tre cose.

 

Qual è la parte più difficile dello scrivere?

Arrivare in fondo. Comincio a scrivere, ho delle immagini molto belle a cui vorrei arrivare, degli sviluppi psicologici dei personaggi che mi incuriosiscono molto, che vorrei comprendere… I miei romanzi hanno di solito una trama gialla, per cui c’è un mistero all’inizio, da capire e svelare. Poi, arrivo a metà e mi dico: va be’, e che mistero c’è? E non ho una risposta. Quello è il momento più difficile. In seguito, razionalizzando quello che è successo fino a quel momento, improvvisamente tutto riparte e arrivo in fondo.

 

Quando ha capito che la scrittura avrebbe potuto rappresentare un mestiere per lei?

Quando ho pubblicato il primo romanzo. Fino a quel momento mi piaceva l’idea di scrivere, di raccontare storie. Ero uno di quei ragazzini che vanno bene in italiano. Quando uno ha voglia di raccontare qualcosa e va bene in italiano comincia a scrivere. Però, non credevo che sarei diventato uno scrittore. Mi sarebbe piaciuto, ovviamente. Poi, quando ho pubblicato il primo romanzo ho capito che ne avrei scritto un altro, un altro ancora e, con un po’ di fortuna, quello sarebbe diventato il mio mestiere. E così è stato.

 

Ha scritto opere che sono molto diverse tra loro. Oltre a romanzi, ha realizzato opere per il teatro, libri per bambini… cosa la appassiona di più?

Io sono uno scrittore di romanzi. Se mi viene in mente un’idea, parte dal capitolo uno. Tutto il resto è bellissimo, si tratta di esperimenti che faccio volentieri, certe storie vengono raccontate meglio con un altro mezzo. Succede con l’ispettore Coliandro, che era un romanzo e che adesso è una serie televisiva. Non riesco più a scrivere romanzi con lui come protagonista. Però se ci fosse una legge che dice che si può fare una cosa sola, io firmerei sotto “scrittore di romanzi, prevalentemente gialli”.

 

A proposito di televisione, com’è vedere la propria opera resa viva, interpretata da attori? Quanto è difficile che lo spirito originario dell’opera rimanga inalterato?

Io sono fortunato, finora ho visto cose belle tratte dalle mie opere. Romanzi a cui tenevo tantissimo, come la serie del Commissario De Luca, fatta in televisione da Alessandro Preziosi, con Frazzi come regista, è stata fantastica. Coliandro mi piace tantissimo, sono ancora lì a scriverlo. Quindi è bello. Vedo delle cose anche diverse da quelle che avevo immaginato. Se si è fortunati come lo sono io, si tratta di cose altrettanto belle.

 

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Vittoria Ariotto

Sono nata a Varese, cresciuta sul Lago Maggiore e attualmente vivo a Milano. Studio Marketing Management presso l'Università Bocconi, ma la scrittura è da sempre il mio grande amore.



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