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Le Dieci Giornate di Brescia, la Leonessa d’Italia


Il grande patrimonio di ciò che è stato è la memoria.
In famiglia essa è il ricordo dei genitori, dei nonni e degli avi: tante piccole storie che per noi sono grandissime, composte da eventi ed episodi tramandati di generazione in generazione e che fatti rivivere oggi vengono elevati al ruolo di esempio.
Allo stesso modo sul piano della storia più ‘’importante’’, intesa come storia del nostro Paese, memoria è rievocare immutati quei valori che arrivano da momenti straordinari vissuti dal nostro popolo, di volta in volta protagonista, spettatore o purtroppo vittima degli eventi… Eventi che nascono come embrione nella mente di pochi e che si realizzano grazie al sacrificio di molti, grazie al sacrificio di quel popolo chiamato a gesti contradditori in nome del tempo, quando ad essere sollecitato è il cuore.
Per me che sono orgogliosamente bresciano l’emblema di tutto questo sono le Dieci Giornate di Brescia: vicenda importante nel panorama della resistenza italiana contro l’invasore austriaco durante la Prima Guerra d’Indipendenza, combattuta e persa tra il 1848 ed il 1849.
Con questo mio articolo vorrei analizzare brevemente gli antefatti alla rivolta cittadina ed il suo svolgimento, rievocare quelle giornate di sangue e coraggio fino ad arrivare alla sconfitta ed al suo crudele esito, per poi finire con un estratto dell’opera di Giosuè Carducci ispirata proprio a questi eventi, che valsero alla città di Brescia il soprannome di ‘’Leonessa d’Italia’’.

Antefatti, una riscossa incompiuta.

Le Dieci Giornate si collocano all’interno del Risorgimento Italiano, periodo che porterà all’unificazione del nostro paese, a quel tempo diviso e oppresso da potenze straniere.
A fine marzo 1848 la città di Milano insorse contro gli occupanti austriaci e si liberò dopo le famose Cinque Giornate di Milano, fatto che scatenò una serie di moti in tutta Italia: altre città lombarde si ribellarono e costrinsero alla ritirata in Veneto il Maresciallo Josef Radetzky, comandante delle guarnigioni austriache nel belpaese. Al fianco degli insorti scesero in campo anche volontari romani, emiliani e toscani, oltre all’esercito regolare Piemontese guidato da Re Carlo Alberto che, dopo aver dichiarato guerra all’Imperatore, guidò le sue armate contro gli austriaci ormai ritiratisi fino a Verona.
Radetzky tuttavia prevalse sui Piemontesi grazie ai rinforzi guidati dal generale Laval Nugent arrivati dall’Isonzo e dal Tirolo, costringendo Re Carlo Alberto alla firma dell’Armistizio di Salasco, che lo obbligava a lasciare Lombardia e Veneto. Gli austriaci rioccuparono così tutte le città che avevano perduto, con i rivoltosi più agitati che furono costretti a fuggire in Piemonte per non essere uccisi.
L’anno seguente però fu di nuovo guerra: il 12 marzo 1849 il Re denunciò l’Armistizio precedentemente firmato e scese di nuovo in campo con il suo esercito. Gli austriaci per affrontarlo dovettero radunare tutte le forze a loro disposizione nel Nord Italia, lasciando a Brescia una guarnigione di 500 uomini armata di cannoni e asserragliata nel Castello sulla collina al centro della città.

 

Brescia, insofferenza, rivolta e sconfitta.

I Bresciani da sempre mal sopportavano l’occupazione imperiale, oppressiva e crudele verso i civili. Il governatorato austriaco varò anche alcune leggi il cui unico effetto fu quello di accrescere il malcontento popolare, e tra di esse tre sono le più famigerate: la prima è quella che vietava ai bambini giochi che simulavano la guerra, in quanto occasione di manifestazioni anti-austriache. La seconda imponeva la chiusura di taverne e ostelli al calar del sole, in quanto luogo di raduno per cospiratori. La terza e ultima era quella legata alle armi: appena rientrato in città il maresciallo ordinò a tutti i bresciani di consegnare le armi da fuoco e da taglio alla guarnigione, pena la morte. Più d’un bresciano morì per aver tenuto in casa coltelli da caccia e cimeli di famiglia, impiccati o fucilati senza processo né pietà. In questo clima di insofferenza generale arrivarono in città le notizie della guerra, corroborate dalla contemporanea partenza di quasi tutti i soldati stranieri da Brescia dove rimase solo la guarnigione del Castello, asserragliata con i cannoni puntati sulla città.
Il 23 marzo vi fu la scintilla necessaria ad accendere il fuoco della rivolta: gli austriaci mandarono emissari al municipio chiedendo una tassa aggiuntiva in nome dell’ostilità dimostrata dai cittadini di Brescia nei confronti dell’occupazione, e così scoppiò il putiferio. Il comune si allineò alla politica insurrezionale piemontese, la gente scese in piazza guidata dal giovane e coraggioso Tito Speri attaccò i soldati e, seppur disarmata, li costrinse rinchiudersi nel castello da dove iniziarono a cannoneggiare la città, distruggendo moltissimi edifici e facendo altrettante vittime.
Nei giorni successivi il comitato insurrezionale cittadino riuscì a recuperare centinaia di fucili che vennero distribuiti ai cittadini, che erano nel frattempo impegnati nella costruzione di barricate alle porte della città, pronti a ricevere le truppe austriache che sicuramente sarebbero giunte appena udito dei disordini.
Anche la provincia era insorta, arrivarono in città dalla pianura e dalle Valli tanti uomini, decisi a resistere il più possibile per permettere ai piemontesi di raggiungere Brescia e liberarla una volta per tutte.
Il 26 marzo tuttavia arrivarono alle porte della città anche i rinforzi austriaci comandati dal generale Nugent, il quale intimò ai rivoltosi di arrendersi e di far passare le sue truppe poiché egli era deciso ad entrare per amore o per forza”, al che Tito Speri rispose: Generale, per forza potreste forse entrare in Brescia, ma per amore mai!”.
Seguirono giorni di sanguinose lotte presso la Porta Torrelunga dove i ribelli, barricati e armati alla meno peggio, respinsero gli austriaci lottando come dei diavoli strada per strada, casa per casa. I rinforzi austriaci però continuavano ad arrivare, migliaia e armati fino ai denti, con i ribelli che invece erano allo stremo delle forze, praticamente senza proiettili e totalmente isolati.
I piemontesi in quegli stessi giorni erano stati sconfitti e costretti alla ritirata, nessuno sarebbe giunto a Brescia in soccorso di Speri e dei suoi, che tuttavia rifiutarono di arrendersi.
Il 31 marzo da Padova giunse con ulteriori rinforzi per gli assedianti anche il generale Haynau, in seguito soprannominato “la Iena di Brescia”, che mandò un terribile ultimatum: “arrendetevi entro le 2 o distruggeremo la città”. La risposta bresciana fu inequivocabile: alla scadenza dell’ultimatum furono fatte suonare tutte le campane cittadine al grido di “Guerra!”. Le truppe austriache sfondarono e sciamarono nelle vie di Brescia, con i rivoltosi ormai allo sbando e senza munizioni.
Gli scontri corpo a corpo si protrassero fino al 1˚ di aprile, giorno della resa incondizionata da parte degli stremati ribelli.
Il sangue versato fu molto da entrambe le parti, migliaia di morti, la città completamente distrutta con le strade divelte, gli edifici crollati e la sua popolazione in ginocchio.
Dopo la vittoria l’esercito austriaco si diede a saccheggi e massacri indiscriminati, senza pietà per nessuno fossero essi donne, vecchi o bambini. I più sanguinari si dimostrarono i reparti croati, che secondo le testimonianze dell’epoca si dilettarono nell’ardere vivi tutti gli uomini che poterono agguantare e a stuprare tutte le ragazze tanto sfortunate da imbattersi in loro. Alcuni capi della rivolta riuscirono a fuggire in e anche Tito Speri si salvò, per finire poi impiccato dagli austriaci nel 1853. La città era stata spezzata, ma non piegata.

Brescia, Leonessa d’Italia.

Il coraggio ed il valore dei bresciani durante queste giornate ne onorarono il nome agli occhi di tutta Italia. Lo stesso generale Nugent fu ferito a morte durante gli scontri e, colpito dall’eroismo dei bresciani, lasciò in eredità alle famiglie tutto il patrimonio che aveva accumulato nella sua permanenza in città. Il generale Haynau nelle sue memorie scrisse: “[…]Avessi avuto io tremila di questi inferociti ed indemoniati bresciani, Parigi sarebbe stata mia in breve tempo.”
Ma a consacrare Brescia come Leonessa d’Italia (benché lo stemma cittadino sia un leone) sarà nientemeno che Giosuè Carducci: nelle sue “Odi Barbare” infatti il grande poeta richiama la definizione coniata prima di lui da Aleardo Aleardi, e nei versi finali del libro V celebrando il coraggio delle Dieci Giornate recita:

“Lieta del fato Brescia raccolsemi, Brescia la forte, Brescia la ferrea, Brescia Leonessa d’Italia beverata nel sangue nemico.”
Fabrizio Foresio

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Fabrizio Foresio

Mi chiamo Fabrizio, sono nato a Brescia ma cresciuto tra Milano e Varese. Storia antica e letteratura sono le mie piccole grandi passioni, assieme alla scrittura ed al Rugby, scuola di vita che mi ha dato davvero tanto.



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