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Leopold von Sacher-Masoch: l’influenza femminile


Il periodo dell’infanzia e della prima giovinezza di Leopold von Sacher-Masoch è animato da figure femminili di grande importanza.

La madre e la bambinaia

Prime fra tutte spiccano la figura della madre e quella della balia, donne tanto antiteticamente diverse sul piano fisico e comportamentale, ma che furono entrambe molto amate dallo scrittore. Caroline Edle von Masoch, madre di Leopold, era l’ultima sopravvissuta di un’antica famiglia slava. Come era uso nelle nobili famiglie, la signora Masoch unì il proprio cognome a quello del marito con l’autorizzazione dell’imperatore d’Austria, sicché la famiglia dal 1838 venne chiamata Sacher-Masoch. Leopold la descrive come un rifugio di luce e di felicità; ella è una donna bella, di rara cultura, dedita al marito e ai figli, rispettosa e religiosa. A causa di problemi di salute alla nascita del figlio la madre di Leopold dovette prendere una balia per allattarlo e accudirlo. I genitori di Sacher-Masoch scelsero una contadina di origini russe di nome Handscha.

Sacher-Masoch descrive la bambinaia rutena come una donna molto bella e prosperosa; a differenza della madre, Handscha appare come l’immagine archetipica della seduttrice, che egli non smetterà mai di cercare per tutta la vita. Ella possedeva tutte le caratteristiche fisiche di questo ruolo: alta, dotata di forme opulente e con lineamenti pieni di nobiltà. Tutte le donne che Sacher-Masoch amerà sembreranno la reincarnazione di quello che lo scrittore chiama il suo “ideale di donna”, che è l’immagine di Handscha.

Zia Zenobia

Fin da piccolo iniziò a delinearsi in Sacher-Masoch un’immagine specifica della donna: opulenta, dominatrice, avvolta in pellicce. Una donna che tradiva il proprio uomo e che impiegava contro di lui la frusta e le percosse, per affermare il proprio potere e la propria crudeltà. Sacher-Masoch riconosce per la prima volta di essere affascinato da tali aspetti in una donna osservando i comportamenti della zia paterna, contessa alla quale Sacher-Masoch attribuisce lo pseudonimo di Zenobia e che rappresenta probabilmente l’unica figura femminile della sua prima giovinezza capace di oscurare le significative figure della madre e della balia. L’autore, una volta adulto, racconta che da bambino questa donna tanto terribile da meritarsi il soprannome di un’antica despota fu la prima ad ammaliarlo e ad impartirgli una punizione con la frusta che lo scrittore ricorderà per tutta la vita. Sacher-Masoch nella sua autobiografia racconta che l’episodio ebbe luogo quando la zia aveva poco più di trent’anni ed egli solo dieci anni:

Fin da bambino avevo una spiccata preferenza per il genere crudele, accompagnata da brividi misteriosi e da voluttà; ma avevo un’anima pietosa, e non avrei mai osato far del male a una mosca. Accovacciato in un angolo oscuro e solitario della casa di mia nonna, divoravo leggende di santi, e la lettura dei tormenti patiti dai martiri mi gettava in uno stato febbrile… Già all’età di dieci anni avevo un ideale. Languivo per una lontana parente di mio padre – chiamiamola contessa Zenobia – la più bella e la più lasciva donna del paese.

Era un pomeriggio domenicale. Non lo dimenticherò mai. Ero andato a far visita ai figli della mia zia bella così la chiamavamo – per giocare con loro. Eravamo soli con la domestica. All’improvviso apparve la fiera e superba contessa, avvolta in una grande pelliccia di zibellino, ci salutò e mi abbracciò, la qual cosa mi mandava sempre in estasi. Poi esclamò: “Leopold, vieni, mi aiuterai a toglier la pelliccia”. Non me lo feci ripetere. La seguii nella sua camera da letto, le tolsi la pesante pelliccia, che riuscii a sollevare con fatica, e l’aiutai a indossare la sua magnifica giacca di velluto verde ornata di petit-gris, che sempre portava in casa. Poi mi misi in ginocchio davanti a lei, per porgerle le sue pantofole orlate d’oro. Sentendo i suoi piccoli piedi agitarsi tra le mie mani, posai su di loro, come folle, un bacio ardente. Mia zia mi guardò con stupore, poi scoppiò a ridere, colpendomi lievemente con un piede.

Il breve frammento autobiografico mostra i primi sintomi di quella che nel Sacher-Masoch scrittore è una predilezione sessuale verso la sottomissione ad una donna dispotica e che nel mondo fittizio delle novelle assume i connotati del sovrasensualismo che caratterizza gli alter-ego letterari dello scrittore, primo fra tutti quello di Severin von Kusienski nella novella Venere in pelliccia.

In prima analisi è possibile soffermarsi sulla predilezione naturale che il giovanissimo Sacher-Masoch mostrava nei confronti di tutti quegli aspetti maggiormente legati al mondo della spiritualità. Ne è una dimostrazione la sua scelta di isolamento in luoghi oscuri e solitari per dedicarsi alla lettura delle vite dei santi e dei martiri. La potenza evocativa che le narrazioni esercitano sul giovane era garantita, prima che dal contenuto stesso dei racconti, dalla predisposizione stessa che il giovane dimostrava nell’accogliere tali contenuti. Mosso da una profonda e irrequieta curiosità indagatrice nei confronti di tutti quegli aspetti atipici della realtà, il giovane, al pari di un eremita che volontariamente sceglie di distaccarsi dal mondo e da tutto ciò che è terreno, si rifugia nella solitudine per leggere quei libri che sembrano avere quasi un’ influenza ossessiva e pedagogica in lui.

Nella solitudine più completa il giovane divora avidamente le letture e fruisce spiritualmente delle immagini che da esse si riverberano. Affinché però il giovane, paragonabile quasi ad un aspirante martire cristiano, possa godere al meglio degli insegnamenti di quei santi innalzati alla stregua di padri esemplari in virtù della loro moralità, è necessario che egli si dedichi alla fruizione letteraria non soltanto in condizioni di assoluta solitudine, lontano dai molesti rumori del secolo, ma, per attendervi al meglio, deve rintanarsi in ambienti dove la luce non penetra. La condizione di buio solletica la fantasia, assurgendo alla funzione di cassa di risonanza per la sospensione dell’incredulità del giovane lettore, il quale si immedesima emotivamente nelle storia che legge tanto che anche dopo aver chiuso il libro egli è attanagliato da uno stato febbrile quasi allucinatorio.

Nel buio il bambino può immergersi al meglio in quella condizione di straniamento che lo porta ad instaurare un profondo e spiritualmente viscerale rapporto simpatetico con gli eroi medievali della cristianità, i quali: non vivono hic et nunc, ma seguendo un’ideologia finalistica; non percepiscono il tempo circolarmente, in sintonia con il ripetersi delle stagioni, ma linearmente, sacrificando i momenti contingenti per giungere alla salvazione dello spirito; non hanno una pagana concezione degradativa del mondo, ma sono animati dall’ottimismo legato all’avvicinamento del Giudizio universale; credono dell’elevamento spirituale attraverso la soppressione delle pulsioni; ripudiano il sistema di valori pagano che inneggia al piacere materialistico e utilitaristico e propugnano invece la teoresi e le virtù dello spirito.

Quella del buio è quindi immagine concreta che per metonimia rappresenta l’irrazionale, l’irragionevole, la percezione intimistica del mondo, setting medievale ideale in cui le scene di fustigazioni, roghi e crocifissioni prendono vita e tormentano il giovane anche quando non legge. Esso rappresenta il ripiegamento mistico contrapposto all’oggettiva luminosità di ciò che è oggettivo, univoco, reale e razionale. Il buio è la culla dello spirito nel senso di sospensione del reale: in assenza del confronto col mondo, possibile solo se esso è visibile e quindi illuminato, il giovane si chiude solipsisticamente nel proprio io e utilizza la fantasia come unica fonte di luce.

Evidentemente l’acquisizione passiva degli ideali di sudditanza e sottomissione trasmessa dai libri agiografici non è sufficiente: essi hanno instillato in Sacher-Masoch una certa disposizione al pietismo e una certa docilità di cuore. Il temperamento del giovane era dunque incline già in giovane età, sempre secondo quanto ci riporta l’autore stesso, ad una forma di venerazione: essa però doveva trovare uno sfogo concreto, smettere di proiettare nel buio sogni ad occhi aperti, ma concretizzarsi in un atto di reale venerazione. Zia Zenobia, bellissima e molto sensuale, è la scintilla che innesca la presa di coscienza della sessualità del giovane.

Mentre Leopold giocava con i figli della parente, venne da questa richiamato affinché la aiutasse a togliere la pelliccia. Una volta tolta ed effettuato il cambio d’abito, Sacher-Masoch, preso da una certa folli, decide di imprimere un bacio alla pantofola della zia. Se ad un atto devozionale può assomigliare il bacio della scarpina, ad una piccola anticipazione dell’iniziazione martoriale può assomigliare il calcio che zia Zenobia infligge al nipote che ha osato tanto, macchiandosi di hybris.

Sacher-Masoch, dimostrando una narrazione partecipata, ostentando un gusto feticistico per la descrizione: feticistica non è solo l’attenzione dell’autore nei confronti del piede che indossa la pantofola, ma feticistica è anche l’insistenza di focalizzazione su tanti oggetti e tanti ornamenti che costellano la narrazione. La fiera e superba zia appare avvolta non in una semplice pelliccia, ma in una “grande” pelliccia: l’indumento che avvolge le procace ed abbondanti membra della donna non viene presentato solo come capo di vestiario: esso è focalizzato in tutta la sua grandezza ed estensione, portando il lettore ad immaginare che quella pelliccia che sinuosamente riveste il corpo della donna, facendola assomigliare ad una feroce pantera, potrà inghiottire il piccolo Sacher-Masoch fra le sue pesanti e pelose pieghe. Nella qualificazione dell’indumento, la pelliccia, oltre a non essere semplicemente una pelliccia, non si limita ad essere solo una pesante pelliccia; essa è una “pelliccia di zibellino”.

Lo zibellino è un mammifero carnivoro la cui pelliccia nero-castana con riflessi dorati è molto pregiata. Il gusto feticistico per la descrizione del dettaglio fa in modo che si attribuisca alla pelliccia non soltanto caratteristiche legate alla dimensione, ma anche legate alla provenienza. Se la zia indossa una pelliccia di zibellino significa che l’animale è stato precedentemente cacciato. La zia è quindi dea cacciatrice sulle cui spalle può fregiarsi di indossare il bottino ottenuto dalla sua caccia. La preda, ossia lo zibellino, è stato, almeno idealmente, da lei catturato e ucciso. L’indole dominante della donna l’ha portata a sopraffare un animale, per servirsene, seguendo le leggi dell’utilitarismo pagano. Si noti anche come ad essere stato domato non sia stato un animale dall’alimentazione erbivora, bensì un animale più impegnativo poiché a sua volta è cacciatore. Ciò rende zia Zenobia cacciatrice di un animale cacciatore: una cacciatrice alla seconda potenza che si pone in cima alla piramide alimentare.

Il momento della svestizione dalla pelliccia è claustrofobico: l’esilità del fisico del giovane deve confrontarsi con una pelliccia che sembra travolgerlo fra le sue infinite pieghe e sembra quasi che le piccole mani del bambino non riescano a gestire l’ingombro dell’indumento che in tutta la sua voluminosa pesantezza grava su Leopold. L’immagine del ragazzino sembra congelata in una fissa e immobile tensione statica della sua minuta anatomia, alle prese con la pelliccia.

Di non poco conto è il valore che assume la risata della zia, che assiste al folle atto di venerazione del nipote e lo colpisce col piede. La risata è un atto rumoroso, anche di disturbo. L’uomo o la donna che ride in primo luogo esprime visibilmente e udibilmente il proprio stato di allegrezza ed euforia; in secondo luogo impone la propria voce nel mondo. La risata è atto vitalistico di partecipazione alle cose del mondo e di intromissione in esse attraverso la propria voce rumorosa e fragorosa. A ridere di conseguenza non è tanto il cristiano, assorto nella silenziosa meditazione e impegnato nelle bisbigliate preghiere, quanto l’uomo dell’antichità, in sintonia con la natura e panteisticamente partecipe del tutto.

Pesantezza e resistenza sono attributi che classificano anche l’immagine di Zenobia. La pelliccia che ella porta sulle spalle richiede una corporatura, alta, forte e molto possente, proprio perché tale indumento viene descritto come pesante. La zia riesce a reggere sulle proprie spalle con una certa noncuranza l’indumento, in virtù della propria animalesca prestanza fisica. Se il giovane Leopold sembra quasi affogare sotto l’incombenza dell’indumento e spezzarsi sotto la sua pesantezza, la zia riesce a reggerla benissimo. Ella è quindi in costante tensione fisica quando porta sulle proprie spalle l’indumento, ma, vantando una prestanza fisica resistente quasi quanto quella di una donna spartana, riesce con classe e nobiltà a sorreggere il peso senza faticare.

Sacher-Masoch racconta poi di aver visto la zia ricevere in casa un giovane e di essersi nascosto nella stanza, dietro al portabiti, per osservare. All’improvviso il marito ritornò e li scoprì. Non fu l’uomo però ad attaccare, come ci si aspetterebbe, bensì la donna, sferrando un pugno al marito e poi colpendolo con la frusta. Il furore con cui la donna brandiva la frusta atterrì non solo il marito, ma anche l’amante della donna che si dileguò velocemente.

Si può trarre spunto da questa scena per cercare di comprendere quale possa essere la posizione gerarchica occupata da Zenobia, da sua marito e dal suo amante in questa particolare relazione amorosa. Si può intuire facilmente come quasi con assoluta certezza il marito della zia venga posto all’ultimo grado della scala gerarchica; con altrettanta sicurezza si può comprendere che zia Zenobia si trova in cima alla scala, poiché l’ardore con cui brandisce la frusta finisce per terrorizzare non solo il marito, ma anche l’amante. A quest’ultimo tocca il gradino intermedio: non è disprezzato da Zenobia perché ella lo preferisce al proprio marito senza dimostrare però un carattere capace di dominare la donna. Zenobia è quindi mente ordinatrice assoluta che, seguendo come unità di misurala propria libidine, stabilisce il grado dei suoi sottoposti. Particolarmente interessante è notare come Zenobia abbia un temperamento testosteronico: ella al pari delle amazzoni dotate di una tempre virile, prima ancora di brandire la frusta sferra un devastante pugno sul naso del marito che l’ha interrotta mente si sollazzava con il proprio amante. Quello di Zenobia è un temperamento da vera selvaggia che combatte a mani nude con grande perizia e disinvoltura. Il suo atteggiamento è anche impietoso nei confronti del marito: dopo aver lo colpito tanto prepotentemente da farlo sanguinare, ella non dimostra il minimo segno di preoccupazione per lo stato di salute dell’uomo. Ciò però non stupisce: la pietas è un valore più cristiano che pagano e stonerebbe enormemente se attribuito ad un personaggio come Zenobia.

Anche Sacher-Masoch assaggiò la frusta quando venne scoperto dietro al portabiti, intento a guardare con interesse la scena. Narra Sacher-Masoch:

 

E sebbene stringessi i denti con tutte le mie forze, non potei impedirmi di non piangere. Ma devo riconoscere che, contorcendomi sotto i colpi crudeli della bella donna, provai una sorta di piacere. Probabilmente il marito aveva sperimentato più di una volta sensazioni simili, poiché non tardò a entrare nella camera, non da vendicatore, ma da umile schiavo; fu lui a gettarsi alle ginocchia della perfida donna, chiedendole umilmente perdono, mentre lei lo respingeva con il piede. L’evento si impresse nel mio animo come un ferro rovente.

Il curioso Sacher-Masoch, colto in un innocente atto di voyeurismo, venne scoperto dalla zia mentre spiava: quella che probabilmente la zia concepì come punizione ai danni del nipote affinché un simile atto non si ripetesse mai più fu probabilmente l’evento più significativo dell’infanzia dello scrittore. Dopo la venerazione feticistica della scarpina reliquia, che spesso farà il paio con la pelliccia e il terzetto con la frusta quando verranno delineati il vestiario e gli strumenti delle future padrone dello scrittore, si compie quello che è il battesimo masochistico di Leopold von Sacher-Masoch, ovverosia la fustigazione e quindi il martirio.

Il giovane viene martoriato dalla possente figura della zia, che in questa scena punisce con sonore frustate il corpo del nipote fino al pianto.

Il questa scena subentra il paradosso, una verità nuova e inaspettata che stupisce. Il normale senso comune è portato ad associare il dolore fisico (e anche l’umiliazione psicologica) ad una condizione assolutamente da evitare, biologicamente nociva e quindi indesiderabile. Con Sacher-Masoch ciò che l’opinione comune classifica come indesiderabile diventa auspicabile: il giovane nipote, nel contorcersi come un martire punito da una pagana dedita al culto del corpo e della bellezza, scopre che le sferzate generano in lui un inesplorato senso di piacere. Avviene così il sodalizio caratteristico in Sacher-Masoch tra piacere sessuale e dolore subito.

Questo è uno dei momenti di più alto significato per Leopold von Sacher-Masoch: egli scopre il piacere della venerazione feticistica, scopre il piacere nel dolore fisico e non solo. Il momento è pregno di importanza anche perché, terminata la sua sonora punizione, Leopold vede entrare nella stanza con atteggiamento remissivo il marito della zia. L’uomo, genuflettendosi in segno di devozione, implora alla moglie il perdono, stringendole le ginocchia.La prostrazione dell’uomo è accompagnata anche dalla sua richiesta di perdono, malamente accettata dalla temibile zia Zenobia, che allontana da sé il remissivo marito con il piede. Secondo quanto scrive Sacher-Masoch, la scena apparve terribilmente umiliante ai suoi occhi. Il legame simpatetico che aveva stabilito con i santi e con i penitenti, legame che lo destabilizzava anche in seguito alle letture causandogli forti febbri, si instaura ora con il marito della zia Zenobia. Genuflesso, sottomesso, umiliato dal piede della donna, costretto a implorare un perdono non concesso la cui logica complessa non doveva essere chiara ad un bambino di dieci anni, probabilmente spesso malmenato brutalmente, lo zio era la perfetta materializzazione del prototipo di martire.

Dopo il racconto dell’evento Sacher-Masoch spiega di essere stato ispirato ed affascinato da tale figura, malgrado ancora non potesse comprenderne il motivo:

Allora non potevo comprendere quella donna, in pellicce voluttuose, che tradiva e poi vessava il marito, ma odiavo e nello stesso tempo amavo quella creatura che, per la sua forza e la sua brutale bellezza, sembrava creata per porre con insolenza il piede sulla nuca dell’umanità. Da allora, nuove scene strane, nuove figure, talvolta in ermellino principesco, talvolta in pelliccia borghese di coniglio, o di rozzo agnello, mi hanno causato nuove impressioni. Solo molto più tardi m’imbattei nel problema da cui trasse origine il romanzo Venere in pelliccia. Scoprii dapprima la misteriosa affinità fra la crudeltà e la voluttà, poi l’inimicizia naturale dei sessi, quest’odio che, temporaneamente vinto dall’amore, si rivela successivamente come una potenza del tutto elementare, e che di una delle parti fa un martello, dell’altra un’incudine.

La scena rimase indelebile nella mente di Sacher-Masoch: egli aveva prima imparato ad apprezzare il tormento e il supplizio della carne dei santi; aveva poi sperimentato sulla propria pelle l’adorazione feticistica; dopo è stato il momento della sperimentazione del dolore sulla propria pelle e in seguito ha assistito all’umiliazione dello zio, trattato come uno schiavo e costretto a subire supplizi come un martire. Zia Zenobia viene così eletta al grado di dea, amata e odiata perché capace di stagliarsi sopra l’umanità e porre il proprio piede, in questo caso metonimia della propria volontà (il proprio giogo), sulle volontà asservite degli uomini, che non possono che assoggettarsi, reclinando la testa, al suo dispotismo imprevedibile.

A questo punto le immagini fisse di santi e martiri che vivevano nella mente del giovane Sacher-Masoch trovano non più un’evanescente e incorporea entità divina a cui assoggettarsi, ma trovano una dea tiranna antropomorficamente delineata: giunonica, con la pelliccia e la frusta, capace di sottomettere gli uomini.

 

 

 

 

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Nicolas Calò

Mi chiamo Nicolas, abito a Milano e studio Lettere moderne. Coltivo da molto tempo la passione per la scrittura; spero quindi che i miei articoli vi piacciano. Buona lettura!



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