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Sacrifici Umani, antico ed oscuro retaggio dell’uomo


Panoramica del sacrificio

I sacrifici umani sono un’eredità antica ed oscura che l’uomo si porta dietro dall’alba dei tempi.
La loro pratica è stata attuata da tantissime civiltà diverse, spesso separate tra loro da epoche e geografia, lasciando intendere che il valore culturale di tali atti potrebbe essere stato interpretato con la stessa accezione da uomini provenienti dalle più variegate situazioni e condizioni sociologiche e storiche, rappresentando in alcuni casi il cuore pulsante di un vero e proprio universo mentale condiviso.
Di norma il sacrificio e quindi l’uccisione rituale di altri esseri umani (come di animali) veniva compiuta in nome delle divinità, così da ingraziarsene i favori e/o propiziare la fortuna in imprese che erano prossime al compimento: per citare un esempio in questo senso i romani eseguirono ufficialmente sacrifici umani fino alla “Battaglia di Canne” nel 216 a.C. dove, prima di scendere in campo contro il famigerato generale cartaginese Annibale, fecero seppellire vivi due celti e due greci all’interno del Foro come volevano i “Libri Sibillini”, raccolta di oracoli custoditi a Roma che ne regolarono la vita religiosa per lungo tempo; c’è da dire che l’atto non gli valse comunque la vittoria, tant’è che Canne viene tutt’oggi ricordata come una delle più grandi disfatte subite dai romani in battaglia (le cronache del tempo ci parlano di un numero di perdite che va dai 45.000 agli 80.000 tra legionari e alleati italici).

Antico Egitto: nell’Aldilà col tuo Faraone

Andando ancora più indietro nel tempo possiamo trovare la pratica del sacrificio umano attuata per una ragione totalmente diversa.

Nell’Antico Egitto infatti fu pratica comune di tutto il periodo arcaico (dal 3150 a.C. al 2900 a.C.) seppellire i servitori di faraoni ed alti aristocratici assieme ai loro padroni, per un semplice motivo : gli antichi egizi credevano fermamente nella vita dopo la morte ed erano quindi convinti che anche nell’aldilà sussistessero gerarchie e vita sociale tanto quanto nel mondo terreno, sicché i faraoni (venerati come divinità) avrebbero sicuramente avuto bisogno della loro servitù anche dopo la morte, motivo per cui gli schiavi venivano sacrificati in concomitanza dei funerali e sepolti assieme alle ricchezze dei sovrani nelle profondità delle Piramidi.
La pratica del sacrificio degli schiavi cessò con la produzione delle statuette “Ushabti”: piccole statue costruite con i materiali più svariati che dovevano fornire un contenitore per le anime dei servitori e che facevano da corredo funebre al loro posto (gli egizi pensavano che le anime degli schiavi avrebbero così potuto raggiungere quelle dei loro padroni anche dopo la morte naturale dei primi).

America Centrale: i Figli del Sole custodi dell’universo

Una civiltà che fece ruotare il suo fulcro sociale e religioso attorno al sacrificio umano fu però quella Mesoamericana, nata e progredita in America Centrale e che era rappresentata dall’insieme dei popoli precolombiani che abitavano la penisola dello Yucatàn, tra cui i più famosi sono sicuramente gli Aztechi e i Maya.
In questo articolo ho intenzione di concentrarmi sulla civiltà Azteca, di cui possediamo numerose testimonianze scritte tramandateci in gran parte dai conquistadores spagnoli che, dopo aver annesso al loro regno l’impero mesoamericano (definitivamente capitolato nel 1521), misero per iscritto quante più informazioni poterono riguardo la cultura del popolo assoggettato, spesso con l’aiuto di intellettuali locali e dei sacerdoti sopravvissuti.
Nella mitologia azteca all’alba del mondo tutte le divinità si erano autosacrificate per permettere all’umanità di sopravvivere, motivo per cui in questi popoli sussisteva un forte senso di debito nei confronti degli dei, verso cui bisognava continuamente compiere sacrifici così da ripagare tutto quanto era stato concesso (e i sacrifici potevano essere fatti sotto forma di animali, cose e persone).
Era credenza condivisa che l’universo vivesse a cicli di 52 anni, alla fine dei quali c’era sempre il rischio che il mondo finisse; per scongiurare l’apocalisse l’unico modo era fornire alla Terra un sacrificio continuo e sempre in corso atto a rafforzare gli dei e a posticipare la fine dell’esistenza di altri 52 anni. Nel calendario azteco si celebravano sacrifici durante ognuna delle 18 festività mensili (il loro calendario era basato su mesi di 20 giorni).
La modalità di sacrificio più comune era anche una delle più violente: la vittima veniva tenuta ferma da quattro sacerdoti sulla cima delle grandi piramidi azteche, dove un quinto sacerdote incideva l’addome del sacrificato con un affilatissimo coltello di ossidiana e ne estraeva dal petto il cuore ancora pulsante, per poi deporlo in un contenitore sorretto dalla statua della divinità a cui esso era dedicato; il cadavere della vittima veniva poi scaraventato giù dalle scale della piramide e i suoi resti servivano per i più svariati propositi (secondo quanto ci riportano le cronache dei conquistadores le viscere erano date in pasto alle bestie, le teste esposte al popolo, gli arti mangiati dagli animali come dagli uomini).
Comunque le modalità di sacrificio erano tante e variavano soprattutto a seconda della divinità a cui erano volte.
Ad esempio per “Huehueteotl”, il dio del Fuoco, venivano arsi vivi in delle gabbie prigionieri che, prima di morire, venivano tolti dalle fiamme così da estrarne il cuore ancora pulsante; altro sacrificio veramente tremendo era poi quello compiuto per “Tlaloc”, il dio della Pioggia, a cui venivano sacrificati esclusivamente bambini (quelli che piangevano di più, che si credevano essergli più graditi) uccisi con l’incisione delle vertebre.

 

Apocalypto: sacrifici umani sul grande schermo

Per quanto riguarda i Maya mi limito a citare una fonte particolare e sicuramente conosciuta che ha portato la pratica dei sacrifici umani sul grande schermo: “Apocalypto”, un film di Mel Gibson.
La pellicola, uscita nelle sale nel 2006, è stata girata interamente nella penisola dello Yucatàn e tantissimi degli attori che hanno preso parte alle scene sono indigeni di quella zona fitta di giungla intricatissima, diretti discendenti delle civiltà mesoamericane.
La trama del film ruota attorno alla vita di uomo chiamato “Zampa di Giaguaro” la cui tranquillità viene frantumata il giorno in cui i Maya conquistano il suo villaggio: infatti tutti gli uomini e le donne che sopravvivono all’attacco vengono fatti prigionieri e portati in città, dove l’intento è quello di sacrificarli per soddisfare le divinità assetate di sangue (i sacrifici sono stati resi dal regista bene e assai violentemente, fedeli all’immaginario popolare e a quelli che sono i resoconti tramandatici dalla storia)

 

Teorie Mesoamericane: cannibalismo o psicologia?

 

Gli studiosi negli anni hanno sfornato diverse teorie riguardanti la natura e lo scopo reale dei sacrifici umani e, per dare un senso a quanto detto, in chiusura di questo articolo vorrei soffermarmi su quelle riguardanti l’America Centrale, dove essi furono uno dei pilastri fondanti di grandi civiltà, avanzate tecnologicamente come intellettualmente.

 

 

I nuclei teorici mesoamericani sono essenzialmente 4:
⁃ La prima teoria è la più macabra, ai limiti dell’horror e infatti anche la più contestata, e può essere definita “Nutrizionale”: Michael Harner e Marvin Harris, studiosi statunitensi, sostennero che i sacrifici umani compiuti dalle popolazioni centroamericane servivano allo scopo di poter cannibalizzare i resti delle vittime, in quanto la dieta locale era povera di proteine. Queste asserzioni sono state corroborate dai racconti dei conquistadores che parlavano di consueti atti di cannibalismo presso questi popoli, ma non sono mai state confermate in un’ottica più ampia.
⁃ La seconda teoria è meramente Politica: l’Impero Maya esercitava sui suoi vicini un controllo basato sul terrore e, in questo senso, i sacrifici potevano essere visti come un metodo per instillare la paura in tutti quei popoli che erano stufi del gioco azteco ma che in questo modo mai si sarebbero ribellati ad un padrone tanto forte e tanto crudele.
⁃ La terza teoria è complessa, rientra quasi nel fantasy e può essere classificata come Psicologica: secondo alcuni studiosi infatti la pratica del sacrificio era legata a traumi subiti da piccoli e si incastonava così naturalmente nella società e nella gente mesoamericana grazie al suo continuo reiterarsi e al conseguente continuo sconvolgimento esistenziale che subivano i bambini di tali popoli.
⁃ Il quarto ed ultimo nucleo teorico è sicuramente il più romantico e profondo, quello Metafisico: come già dicevo in precedenza gli aztechi praticavano sacrifici anche per la comune credenza di dover garantire un equilibrio al mondo e, in questo modo, carnefici e vittime dovevano avere una forte coscienza spirituale proiettata al sacrificio come metodo ultimo di offerta agli dei. Così un intero popolo si dava un’identità precisa e profonda: quella di protettore del mondo nonché di eletto di fronte alle divinità; così un intero popolo rigenerava la propria spiritualità attraverso un ossimoro, facendosi custode dell’universo e della vita sulla Terra tramite la morte di sé e dei propri simili; così un intero popolo si distruggeva dall’interno, facendosi odiare dai propri alleati e crescendo i suoi abitanti nel disprezzo dei propri vicini (che si allearono quasi subito agli spagnoli non appena scoppiò la guerra con l’Impero Azteco).

 

 

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Fabrizio Foresio

Mi chiamo Fabrizio, sono nato a Brescia ma cresciuto tra Milano e Varese. Storia antica e letteratura sono le mie piccole grandi passioni, assieme alla scrittura ed al Rugby, scuola di vita che mi ha dato davvero tanto.



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