CETA: effetti di un accordo scomodo


L’aria di campagna elettorale che si respira stronca sul nascere il dibattito su alcuni argomenti spinosi che potrebbero minare l’equilibrio, già instabile, della politica italiana. Lo dimostra il fatto che la discussione parlamentare sul CETA, un accordo che dovrebbe riguardare da vicino le nostre vite, sia stata rinviata sine die. Intanto l’accordo è entrato in vigore in via provvisoria il 21 settembre e lo sarà in via definitiva non appena tutti i parlamenti dei paesi membri si saranno espressi a favore. Se uno di questi dovesse rigettare l’accordo, tutto si risolverebbe in un nulla di fatto.

Ok, ma di cosa stiamo parlando? Il CETA è l’acronimo di Comprehensive Economic and Trade Agreement, l’accordo di libero scambio tra UE e Canada, che prevede l’eliminazione del 98% dei dazi doganali e di gran parte delle barriere non tariffarie, cioè l’insieme di regole che rendono più costoso e difficile lo scambio tra due paesi. Contemplati anche il riconoscimento reciproco di alcune qualifiche, per favorire la libertà di circolazione del lavoro, la possibilità per le imprese europee di partecipare ad appalti pubblici in Canada e la tutela del marchio Dop e Igp per 140 prodotti europei.

Sembrerebbe una situazione idilliaca, se non fosse che il CETA abbia scatenato l’indignazione di alcune organizzazioni, tra le quali spiccano Greenpeace e Slow food International, che denunciano come l’accordo legalizzi la concorrenza sleale di alcuni prodotti di imitazione, come il Parmesan per il Parmigiano Reggiano, e che dia il via sia a massicce importazioni di prodotti OGM sia ad un meccanismo al ribasso dei prezzi che danneggerebbe gli agricoltori e gli allevatori. Guardando alla sola Italia, per giunta, delle indicazioni geografiche protette nostrane ne verranno riconosciute solo 41 su oltre 200. Un numero esiguo rispetto al vero potenziale italiano.

La scelta però viene giustificata dal fatto che la maggior parte dei prodotti tutelati rappresentano circa il 98% del valore di produzione esportata nel mondo. Considerando solo i primi dieci prodotti Dop e Igp per export notiamo che i loro guadagni ammontano a 2,836 miliardi di euro rispetto ad un totale di 3,1 miliardi, circa il 91% dei guadagni derivante dall’export.

I prodotti di imitazione, anche coesistendo con i prodotti Dop e Igp, non potranno essere commerciati richiamando una finta italianità o il marchio tutelato.

 

Fonte: Rapporto 2016 Ismea-Qualivita

 

Da pugliese mi rattrista non vedere il Pane di Altamura o l’olio Terra di Bari nella lista presente nell’Allegato 20-A, ma l’accordo prevede la possibilità di modifica (Articolo 30.2). Se il peso delle esportazioni di questi prodotti fosse tale da renderli rilevanti a livello internazionale allora avrebbero la possibilità di essere tutelati, sempre che l’Italia riesca a far valere le proprie ragioni. Questo però non rientra nelle responsabilità dell’accordo ma dell’Italia.

Il timore dell’apertura incontrollata verso gli OGM deriva da una possibile interpretazione dell’Articolo 25.2 che sancisce un principio di cooperazione nello scambio di informazioni e nell’approvazione di prodotti biotecnologici, in particolare quando l’accordo ha l’obiettivo di “promuovere procedure di approvazione dei prodotti biotecnologici efficaci e basati su riscontri scientifici.” Non è chiaro cosa si intenda per riscontri scientifici. Qualora non ci fossero evidenze scientifiche che attestino la pericolosità degli OGM, questi potrebbero essere ammessi? La lettera d) del Preambolo dello Strumento interpretativo comune, però, dovrebbe scongiurare questa ipotesi:

“…l’Unione europea e i suoi Stati membri e il Canada continueranno ad avere la capacità di conseguire gli obiettivi legittimi di politica pubblica fissati dalle rispettive istituzioni democratiche, quali la sanità pubblicaInoltre, il CETA non indebolirà le norme e le regolamentazioni rispettive concernenti la sicurezza degli alimenti, la sicurezza dei prodotti, la protezione dei consumatori, la salute, l’ambiente o la protezione del lavoro. Le merci importate, i prestatori di servizi e gli investitori devono continuare a rispettare i requisiti nazionali, compresi norme e regolamentazioni.”

Sembra che l’applicazione delle norme nazionali ed europee prevalga sul principio di cooperazione.

Stesso discorso per il glisofato, un erbicida utilizzato in tutto il mondo, compresa l’Europa. Al di là dei suoi probabili effetti nocivi, in Canada il glisofato è utilizzato in fase di pre-raccolta per aumentare la dose proteica delle piante in un clima più freddo. Una pratica che in Italia è vietata grazie al decreto del 9 agosto 2016 del ministero della Salute, che tra l’altro ne vieta l’utilizzo in parchi, campi sportivi e aree ricreative. Le norme relative ai suoi limiti all’interno dei prodotti alimentari, poi, continueranno ad essere applicate come sempre.

Veniamo ora al punto: quali saranno le conseguenze economiche del CETA?  Tra i primi si annovera “Assessing the costs and benifits of a closer EU-Canada parternship” del 2008 – sì, un po’ vecchiotto – elaborato dalla Commissione europea e dal governo canadese con l’assistenza di Joseph Francois (Università di Linz) e Walid Hejazi (Università di Toronto), simulando un modello per un periodo di sette anni, tra il 2007 e il 2014. Nonostante siano passati quattro anni dalla fine del periodo di riferimento, i risultati conservano la propria valenza scientifica.

Secondo lo studio il CETA porterà guadagni per entrambi i paesi in termini di PIL: 10,5 miliardi di euro per l’UE e 8,4 miliardi per il Canada. In termini percentuali i guadagni saranno maggiori per il Canada che vedrà il suo PIL aumentare dello 0,77% contro uno 0,08% dell’Unione europea. Il PIL pro capite del Canada sarà anche più alto, data la minore popolazione rispetto all’Unione.

Il maggior contributo deriverà dalla liberalizzazione dei servizi e meno dall’eliminazione delle barriere tariffarie e non tariffarie.

Le esportazioni in totale aumenteranno di 25,7 miliardi, di cui 18,6 miliardi deriveranno dal commercio dei prodotti e 7 miliardi dai servizi. L’export dei prodotti UE avrà una porzione maggiore di questi 18,6 miliardi, il 36,6% contro un 24,3% per il Canada. Situazione opposta invece per i servizi, il 13,1% per l’Unione e il 14,4% per il Canada.

A livello settoriale e in termini percentuali però il Canada gode di una migliore posizione di partenza nell’esportazione di prodotti industriali, mentre l’UE nei servizi. Il settore  dei servizi europeo ha infatti una forte componente internazionale.  Con il CETA questa situazione verrà riconfermata.

Quota di guadagni export per prodotti industriali e servizi prima e dopo il CETA 

Per l’Unione i settori più fortunati, sempre riguardo all’export, saranno quello dei prodotti alimentari, dei prodotti chimici, dei macchinari e delle attrezzature, il settore automobilistico e dei servizi di trasporto. Tutti i servizi di business riceveranno dei guadagni, oltre a quelli assicurativi e verso i consumatori.  Il settore agricolo assisterà ad un aumento del valore dell’export del 6%, in misura assai ridotta rispetto al 41,9% del Canada.

Da un punto di vista produttivo, in termini percentuali l’UE vedrà minori risultati, ma solo a causa della maggiore ampiezza del suo mercato e del volume dei suoi affari rispetto al Canada, elementi che ne attenuano i vantaggi. A livello generale però non ci saranno forti variazioni produttive per l’UE, per esempio il settore agricolo non avrà alcuna ripercussione significativa. Il più produttivo si confermerà quello dei prodotti alimentari, a seguire il settore di abbigliamento e conciario, quello delle bevande e del tabacco e infine quello dei prodotti chimici. Tutto il settore dei servizi avrà ampi incrementi di produttività, primo tra tutti le assicurazioni.

 

In sostanza per l’Unione europea la liberalizzazione dei servizi giocherà un ruolo chiave. I settori più ancorati ai servizi, o che usano questi servizi come fattore produttivo, ne usciranno più forti. I fattori produttivi infatti avranno costi più bassi e così sarà anche per i prezzi dei prodotti. Queste due condizioni favoriranno un maggiore investimento di nuovo capitale attirato, oltre che da prezzi più competitivi, anche da un maggior alleggerimento burocratico.

Uno studio più recente (2011) finanziato ancora una volta dalla Commissione europea “A trade SIA Relating to Negotiation of a Comprehensive Economic and Trade Agreement (CETA) between the EU e Canada” simula quattro scenari che si differenziano per il grado di eliminazione delle barriere commerciali e di liberalizzazione dei servizi. Lo studio ha rivelato che il CETA porterà guadagni per entrambe le parti nel lungo termine in termini di welfare, PIL reale, salario reale e esportazioni totali, e che questi saranno maggiori nello scenario che prevede l’eliminazione dei dazi per il 100% dei prodotti e il massimo grado di liberalizzazione dei servizi (nel grafico Scenario D).

Guadagni per L’UE, in termini di welfare, derivanti dai diversi scenari affrontai nello studio: Scenario A e B hanno in comune il mantenimento delle tariffe su prodotti agricoli, caseari e carni e rispettivamente una minore e maggiore liberalizzazione dei servizi; Scenario C e D contemplano l’eliminazione delle tariffe sui prodotti agricoli, caseari e carni e rispettivamente una minore e maggiore liberalizzazione dei servizi

In particolare il PIL reale canadese aumenterà a seconda dello scenario da uno 0,18% ad uno 0,36%. L’aumento europeo si aggirerà tra lo 0,02% e lo 0,03%.

Le esportazioni totali dell’UE aumenteranno di un intervallo compreso tra 0,05% e 0,07%, mentre quelle canadesi tra 0,54% e l’1,56%.

Interessante è l’effetto sui salari reali. Per prima cosa, come per il PIL e l’export, i loro tassi di crescita sono più bassi di quelli canadesi, con il più alto valore nello scenario che contempla sia la liberalizzazione dei servizi sia la totale eliminazione delle barriere tariffarie (Scenario D). Inoltre i salari dei lavoratori specializzati crescerà di più di quello dei non specializzati. Il Canada invece presenta il più alto valore nello scenario che prevede la liberalizzazione dei servizi ma mantiene barriere tariffarie sui prodotti agricoli, caseari e carni (Scenario B). In effetti i prezzi dei prodotti caseari canadesi sono stabilizzati da un attento controllo alle importazioni, se il CETA dovesse eliminare i dazi allora scatterebbe un meccanismo al ribasso dei prezzi che porterebbe ad un minor livello di salari.

Al contrario del suo partner d’oltreoceano, il Canada vedrà i salari dei lavoratori non specializzati crescere di più di quelli dei lavoratori specializzati.

A livello settoriale ci si accorge come la liberalizzazione dei servizi si confermi un elemento essenziale. Il motivo risiede nel fatto che i dazi tra Canada e UE sono già molto bassi e la completa rimozione gioca un ruolo limitato. I servizi, come quelli collegati agli investimenti, sono soggetti a delle restrizioni che se eliminate potrebbero portare ad un aumento degli investimenti e fungere da motore per l’aumento delle esportazioni.

In effetti ci saranno guadagni per la maggior parte dei settori in cui spiccano, come già detto, i servizi, dal settore delle telecomunicazioni e dei trasporti a quello dei servizi commerciali, ma se si parla di agricoltura la situazione si complica. La bilancia commerciale dell’UE nei confronti del Canada è sempre negativa in questo settore, questo vuol dire che gli europei esportano meno di quanto importano. L’aumento delle esportazioni dell’UE di grano e orzo, se confrontate con quelle del Canada, saranno in definitiva trascurabili e nel lungo periodo la produttività e le esportazioni tenderanno ad abbassarsi, così come i prezzi spinti dall’eccesso di offerta proveniente dal Canada con conseguenti effetti economici negativi per i coltivatori.

 

Variazioni della bilancia commerciale per l’UE e il Canada: nel lungo termine l’UE trae un vantaggio maggiore dalla liberalizzazione di servizi che dall’eliminazione delle tariffe doganali

Lo studio però rivela anche come le regole di origine, che sono barriere non tariffarie, influenzino i possibili impatti del CETA. Per esempio, come già scritto l’importazione di carne di manzo e di maiale sarà soggetta alle norme europee in merito alle misure sanitarie e fitosanitarie che rappresentano una barriera non tariffaria invalicabile. Questa situazione certamente limiterà le importazioni delle carni canadesi così come non ci saranno importanti variazioni in termini di produttività e di volume di esportazioni per l’UE, ma nel lungo periodo potrebbe accadere che il Canada possa emanare norme sanitarie in linea con quelle dell’Unione Europea, il che implicherebbe maggiori importazioni di carne canadese e gravi ripercussioni sui produttori e allevatori europei.

Per l’industria automobilistica le norme europee in materia di emissioni più stringenti potrebbero generare effetti negativi per i produttori canadesi che vedrebbero una forte limitazione alle esportazioni verso l’UE che trarrebbe vantaggi dai minori dazi. Ancora per il tessile, dove in ogni caso ci saranno forti guadagni ed un miglioramento della bilancia commerciale per l’UE, un ulteriore effetto positivo dipenderà anche da una maggiore tutela dei marchi europei.

Ci saranno sicuramente effetti negativi e positivi, vinti e vincitori, ma ciò che deve essere chiaro è che il CETA, giusto o sbagliato che sia, non è solo un accordo, ma una visione: la visione di come intendiamo approcciarci al fenomeno che oramai è inarrestabile, la globalizzazione. Le domande sorgono spontanee: come il nostro sistema politico intende affrontarlo? Qual è la sua visione? La mancata discussione, quale pretesto meramente politico, e la poca informazione a riguardo non forniscono una risposta rassicurante. Ma per certe cose vale la pena sperare.

 

 

Testo CETAhttp://ec.europa.eu/trade/policy/in-focus/ceta/ceta-chapter-by-chapter/index_it.htm

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Vincenzo Aliani

Laureato in Scienze economiche presso l'Università di Bologna, mi interesso di temi di attualità e di politiche economiche. Le mie grandi passioni sono la scrittura e il cinema.



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