Minaccia al liberismo


Già in campagna elettorale Donald Trump aveva identificato come uno degli ostacoli della sua America nella conquista, o meglio nella sua riappropiazione, di grandezza la Cina, la cui espansione è stata definita dallo stesso Trump come «il più grande furto di lavoro della storia». Oggi, ormai divenuto Presidente, la ferocia e la violenza manifeste in campagna elettorale nei confronti di questo Paese (e anche di altri, come il Messico) si tramutano in accordi commerciali protezionisti, così come in politiche fiscali volte a una riduzione delle aliquote sui redditi individuali. E si deve riconoscere che gran parte del suo successo è dipeso proprio da questi due punti focali del suo programma elettorale, volti alla garanzia e alla difesa dei lavoratori di ceto medio, ossia quella parte di popolazione che sembra essere stata colpita da questo furto intentato da parte di Pechino.

 

È il malessere americano che porta in bilico la stessa egemonia americana sulla scena globale. Pertanto, pare ovvio per l’America la necessità di un cambiamento di rotta, in quanto «è giunto il momento di attuare un approccio più aggressivo» , così come sostenuto dallo stesso Presidente americano al Congresso lo scorso 1 marzo. Un approccio più aggressivo che si traduce in una politica commerciale che intende abbracciare le sezioni 201 e 301 del Trade Act del 1974. La sezione 201 permette sostanzialmente l’imposizione di tariffe a salvaguardia dei produttori americani, che ritengono di essere stati danneggiati dalla concorrenza delle imprese straniere. Pertanto, tali aziende possono richiedere tramite petizione “un’azione che faciliti la regolazione della concorrenza da importazione”, così come recita il titoletto della stessa sezione 201. La petizione verrà poi sottoposta all’attenzione dell’International Trade Commission (che in teoria è molto rispettata in virtù della sua indipendenza) e altresì all’ United States Trade Rapresentative, posto ancora sostanzialmente vacante, in quanto il candidato Robert Lighthizer non è stato ancora confermato. Tali “serious injury” non devono per forza derivare da una concorrenza sleale da parte delle aziende straniere, e questo è ciò che fa davvero paura, in quanto l’imposizione di tariffe sulle importazioni indipendentemente da una pratica sleale potrebbe portare gli altri Paesi a “rappresaglie”. Trump ha citato con nostalgia i glory days della presidenza Reagan, quando decise di imporre una extra tassa del 45% sulle importazioni di moto, in risposta ad una petizione della Harley-Davidson. Avere un “big impact” è sicuramente quello a cui punta il Presidente americano, ma rischia di falsare la realtà non tenendo altresì conto del fatto che nel 2002 l’America era stata ammonita dalla WTO nel suo tentativo di applicare una tariffa del 30% sull’acciaio (all’epoca la WTO ha dovuto minacciare gli Stati Uniti con una multa di circa $ 2.2 bn).

Quanto alla sezione 301, essa permette al presidente americano di attuare azioni contro le pratiche sleali sotto il profilo commerciale, additando ancora una volta la Cina come una manipolatrice di valute. Benchè nella bozza fatta circolare dall’amministrazione si leggeva chiaro che «il Congresso abbia detto chiaramente che gli americani non sono direttamente soggetti alle decisioni che prende il Wto», non ritroviamo tale formulazione nella stesura finale, dove, però, viene sottolineato come gli USA continueranno a fare parte della WTO, ma solo nel caso in cui le decisioni di questa non penalizzino il ruolo primo dell’America.

È davvero difficile credere che l’America di oggi sia contro la globalizzazione, dopo esserne stata una fautrice, tanto che è apparso altresì surreale il discorso di Trump lo scorso gennaio al World Economic Forum, dove ha ribadito la volontà e la necessità per gli USA di «comprare americano e di assumere manodopera americana». Da un Presidente degli Stati Uniti, infatti, non sarebbe stato più normale sentire: «la globalizzazione ha alimentato la crescita globale e favorito il movimento di merci e capitali, i progressi a livello scientifico, tecnologico e di civiltà, e le interazioni tra le persone»? Ebbene, queste furono le parole pronunciate al medesimo Forum dal presidente cinese Xi Jinping. Ma nel caos di oggi non ci si deve più stupire di nulla, se non della razionalità stessa, ormai appartenente a un’eredità intellettuale obsoleta.

 

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Elisabetta Catalani

Studentessa di Economia e Legislazione d'Impresa presso l'Università Cattolica di Milano. Amante di arte e cultura, sono sempre a caccia di qualche mostra interessante in giro per Milano e non solo.



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