Origine e sviluppo della crisi siriana


La Siria, dilaniata da otto anni di guerra civile, rappresenta uno dei più importati punti nevralgici dello scacchiere mediorientale. Gli schieramenti in campo, prima ben delineati in funzione pro e contro Assad, appaiono ora sfumati e con probabili stravolgimenti di alleanze fino ad ora ritenute salde.

Indagare però le cause scatenanti è necessario per capire non solo come si è arrivati alla guerra civile, ma anche cosa sta succedendo.

 

La situazione attuale

23 marzo 2019 fronte nord della Siria. Il villaggio di Baghouz, ultimo avamposto dell’ISIS nel nord-est del territorio siriano, viene espugnato dalle Forze siriane democratiche (FSD) composto da forze curdo-arabe controllate dalla Unità di Protezione Popolare (YPG) e dall’Unità di Protezione delle Donne (YPJ), milizie a maggioranza curda.

Dopo aver fatto il lavoro sporco nella lotta contro lo Stato Islamico, nemico anche di Assad ed Erdogan, Le FSD si trovano ora attanagliate nella morsa di queste due forze, non particolarmente presenti nella lotta all’ISIS e non vicini ai curdi per i motivi che vedremo più avanti. L’azione compiuta dalle FSD ha avuto effetti notevoli portando alla graduale eliminazione dell’ISIS nel nord-est attraverso il controllo di Raqqa, ex-capitale dello Stato Islamico, la presa della maggioranza dei pozzi petroliferi della regione e la conquista di Hajin lo scorso dicembre. Le ultime resistenze dello Stato Islamico in Siria rimangono piccoli territori nei pressi di Deir az-Zor, uno degli argomenti di discussione dell’ultimo incontro tra Israele e Russia a febbraio, nell’ottica di gestione delle future sfide post-conflitto.

Ad oggi quindi le FDS potrebbero essere la principale forza di opposizione al regime di Assad, ma contano purtroppo su alleanze fragili con la Russia e gli Stati Uniti. La Russia, inizialmente garante dei territori sotto controllo curdo ad ovest dell’Eufrate, ha poi allentato la presa cedendo alle pressioni di Erdogan. Gli Stati Uniti invece hanno annunciato il loro ritiro graduale dal conflitto che dovrebbe concretizzarsi nel lascito di un piccolo contingente per evitare che l’ISIS riprenda il sopravvento.  Inoltre, per gli Stati Uniti è ancora più difficile dato che la Turchia è un membro della NATO.

Per questi motivi l’unico modo per le FDS di sopravvivere è optare per una mediazione con il regime per la riconquista di Idlib che porterebbe verso una maggiore autonomia dei curdi a nord. A questo accordo si contrappone la volontà da parte dello stesso Assad di riprendersi tutto al più presto. In più si aggiunge anche la Turchia, nemica del regime, intenzionata però a condividere con esso l’intenzione di non concedere nulla ai curdi.

Assad però deve prima fare i conti con la città di Idlib, ultima roccaforte dei ribelli. Una città tormentata da lotte intestine tra i vari gruppi opposti al regime., perché i ribelli non sono solo estremisti, ma anche ribelli più moderati e con uno sguardo maggiore verso i rapporti internazionali. La guerra però ha decretato la sconfitta di quest’ultimo gruppo a favore del primo. Il vincitore è, per il momento, il gruppo di Tahir al-Sham legato ad al-Qaida.

Assad però si trova in una situazione di vantaggio, l’uscita degli Stati Uniti accelera lo sviluppo del fronte nord-est curdo in suo favore, ma soprattutto concentra il suo potere perché la sua alleata Russia mantiene ottimi rapporti con la Turchia, un’amicizia che può fruttargli parecchia autonomia.

Assad ci aveva già provato diverse volte e ci era riuscito. Arrestò l’avanzata dei ribelli conquistando Aleppo e questa sua mossa aprì le porte al Processo di Astana. Il processo di Astana verteva su una serie di incontri tra il regime di Damasco, Russia, Iran e Turchia. Svoltisi tra la fine del 2016 e l’inizio del 2017 il contenuto di queste discussioni puntava sulla definizione di tregue locali per le quattro zone governate dai ribelli: il governatorato di Idlib, il sobborgo damascano di Ghouta, i governatorati di Homs e Hama a nord e le regioni di Quneitra e Daraa’ a sud. L’obiettivo era quello di creare una struttura finalizzata alla gestione del conflitto.

Assad ha così avuto l’opportunità di attivare una serie di offensive concentrandosi progressivamente su ciascuna zona approfittando della tregua delle altre. Nell’estate del 2018 tre delle quattro zone erano in mano al regime. Solo Idlib ha resistito diventando la maggior concentrazione delle truppe ribelli.

Il risultato è stato quello di mandare in malora il progetto della Carta costituzionale decisa a Sochi nel gennaio 2018 che avrebbe portato la situazione verso un maggior controllo delle Nazioni Unite.

Ora truppe turche sono stabilite lungo il confine del governatorato come forza di interposizione tra il regime e i ribelli. Il governo di Ankara sembrerebbe inoltre avere un interesse divergente dal regime di Damasco. Assad vuole riavere nelle sue mani tutte le regioni sotto il controllo turco nella parte nord-ovest del Paese e riprendere il controllo totale di Idlib attraverso un intervento militare diretto. La Turchia invece è più cauta, orientata verso un controllo più parziale e indiretto. La sua strategia è comprensibile, poiché un’offensiva totale sulla città determinerebbe prima di tutto una carneficina, dato che i ribelli non avrebbero più altre regioni dove rifugiarsi, ma anche una ondata migratoria verso la Turchia difficile da gestire.  Qui entra in scena la Russia, mediatrice tra i due fronti opposti. Lo scorso 14 febbraio si è tenuto a Sochi un incontro trilaterale tra Russia, Turchia e Iran in cui i tre leader, Putin, Erdogan e Rouhani, hanno affermato che il principale mezzo per gestire la situazione a Idlib sarà la diplomazia.

L’Iran però sembra essere un alleato meno influente per il regime di Damasco rispetto alla Russia. Lo dimostra lo spostamento da parte di Putin di alcune milizie prima sotto il controllo di Tehran verso il regime e sotto la supervisione di Mosca, ma anche scomodo, perché fonte di tensione nei confronti di nemici potenti come gli Stati Uniti e Israele. Inoltre, Theran non è in buoni rapporti con le monarchie del Golfo delle cui ingenti disponibilità finanziarie Assad potrebbe affidarsi per la ricostruzione post-bellica.

Se Assad dovesse allearsi con le monarchie del Golfo, in primis l’Arabia Saudita, nemica dell’Iran, le tradizionali alleanze dello scacchiere mediorientale verrebbero stravolte.

Tutto quindi è ancora aperto.

 

Schieramenti presenti in Siria (https://syria.liveuamap.com/)

Come tutto è iniziato

…prima un po’ di Macroeconomia

Non si può partire dall’origine di una crisi prescindendo dai quei fattori economici che l’hanno generata. D’altronde il livello critico dell’economia di un paese mina la sua stabilità e genera disuguaglianze che creano tensioni e conflitti sociali. Ma cosa è successo in Siria? Procediamo per ordine.

Negli anni 2000, subito dopo la sua ascesa al potere, Bashar al-Assad ha tentato di riformare il sistema economico con l’intenzione di dare maggior peso al settore privato. Questa strategia era volta a rendere la produzione più diversificata e orientata al mercato. La Siria ha così sperimentato un graduale discostamento da una economia connessa al petrolio e trainata dal settore pubblico, tanto che nel 2009 la parte di PIL totale derivante dai settori non petroliferi è arrivato al 90 %. Le riforme hanno avuto un effetto positivo anche sul settore dei servizi con un aumento dell’11% per buona parte della decade.

La Siria quindi ha iniziato ad affacciarsi al settore dei servizi, una mossa in linea con il cambiamento globale ma è arrivata troppo tardi. Nel 2001 la crisi finanziaria generata dal passaggio da una economia industriale, di cui il settore petrolifero fa parte, ad una più ancorata ai servizi telematici, internet in primis, ha portato ad una grave battuta di arresto. Meno grave, ma pur sempre rilevante, è stato l’effetto della crisi globale del 2008, che ha coinvolto settori non molto importanti dell’economia siriana, anche se nascenti grazie alle suddette riforme. Tuttavia, il rallentamento globale ha inciso sulla performance del PIL siriano, con una costante diminuzione fino a perdere 3 punti percentuali in sei anni (fino al 2010). Lo stesso vale per il PIL pro capite che cresceva meno velocemente piazzandosi comunque al di sotto della media dei Paesi arabi e di quelli a medio e basso reddito nel mondo.

Andamento del PIL pro capite nel mondo arabo, per Paesi a basso e medio reddito, e il resto del mondo 1995-2012 (Fonte Banca Mondiale)

 

Andamento del PIL siriano 2004-10 (Fonte: Banca Mondiale)

Il periodo tra le due crisi ha segnato anche l’aumento dei prezzi del petrolio e dei prodotti agricoli e alimentari. Una situazione che ha sicuramente favorito i produttori, ma meno i consumatori generando una forte concentrazione di capitale in mano a poche persone e quindi un aumento della disuguaglianza.

Andamento dei prezzi di derrate alimentari, prodotti agricoli e petrolio (in base al tasso di cambio reale del 2010 in dollari americani) (Fonte Banca Mondiale)

 

Concentriamoci sul settore agricolo.  Il tasso di crescita dell’agricoltura ha sperimentato un declino di quasi 7 punti percentuali dal 2000 a 2008. L’aumento dei prezzi è dovuto anche ad un episodio di grave siccità avvenuto tra il 2006 e il 2009, il cui superamento non è stato possibile a causa della scarsa presenza di moderni impianti di irrigazione. La conseguenza è stata quella di un massiccio movimento migratorio dalle campagne alle città sovra-popolate e con servizi non sufficienti. Con città sovrappopolate la domanda di prodotti agricoli è aumentata e ciò ha causato un ulteriore aumento dei prezzi.

Passiamo ora al settore petrolifero, settore fondamentale per la Siria. In teoria dell’aumento dei prezzi avrebbero dovuto beneficiare le industrie locali di estrazione, ma non è stato così.  Le riforme di Assad che lasciavano spazio ad investimenti privati non hanno sortito l’effetto sperato, a causa dell’incertezza del sistema economico, sociale e legislativo siriano. Ciò ha portato ad un declino della produttività del settore che ha diminuito le esportazioni del petrolio fino ad essere superate dalle importazioni: La bilancia commerciale siriana è peggiorata in maniera spaventosa con una eccedenza delle importazioni di 243 miliardi rispetto alle esportazioni. In sintesi, la Siria non ha ottenuto vantaggi dall’aumento dei prezzi del petrolio.

L’ultimo elemento determinate per la crisi siriana è stato l’aumento della disoccupazione e la scarsa inclusione nel mercato del lavoro della maggior parte della popolazione siriana.

Nel 2010 la Siria presentava un tasso di disoccupazione totale dell’8,4%, una percentuale non molto alta ma che nasconde importanti elementi. Innanzitutto, un forte squilibrio tra disoccupazione maschile e femminile. Il tasso di disoccupazione maschile si aggirava al 5,7%, contro un 22,5% di quello femminile. Una differenza molto ampia. Secondo, un forte squilibrio tra disoccupazione adulta e giovanile. La prima pari al 5,3%, la seconda pari al 19,2%.

Tasso di disoccupazione in Siria per sesso nel 2010 (Fonte: Banca Mondiale)

 

Con una popolazione siriana molto giovane, circa il 60% della popolazione ha meno di 25 anni, e con una scarsa inclusione femminile, la maggior parte della popolazione veniva tagliata fuori dal mercato del lavoro. Lo Stato a causa degli scarsi investimenti e di una burocrazia poco efficiente non è riuscito ad assorbirne neanche una parte.

 

…La struttura sociale e istituzionale

Comprendere l’origine della crisi scrutandone solo i fattori economici è utile, ma riduttivo. La questione, come si può capire, è più profonda. La struttura sociale e le relazioni del popolo siriano con il potere possono essere elementi decisivi per la nostra comprensione. Per studiarli ci affideremo ad alcuni studi.

Il primo ha una portata più generale riferendosi al rapporto che le economie arabe hanno avuto con l’avvento del capitalismo globale di impronta neoliberista. Ali Kadri, nel suo libro The unmaking of Arab socialism, ci racconta che tale rapporto ha generato nel mondo arabo una trasformazione della classe borghese, di impronta statale, in una di natura commerciale. La mutazione sociale, per Kadri, non è stata segnata da un’accettazione passiva dei precetti liberali ma da un processo di “regressione di sviluppo” in cui la nascente élite capitalista araba, a differenza di ciò che è accaduto in Occidente, ha assunto il ruolo di protettrice del capitale ai danni dell’iniziativa imprenditoriale privata. In sostanza, i soggetti in campo non sono cambiati, ciò che è cambiato è il loro approccio al sistema economico.

Questa classe è stata alimentata anche dall’assorbimento al suo interno della classe militare che quindi ha sposato le idee di stampo neoliberale. Le politiche economiche decise e implementate dalla nuova classe borghese non hanno quindi partorito azioni di stimolo al tessuto imprenditoriale del Paese, ma alla concentrazione del capitale finalizzato all’attività edilizia e finanziaria. Le economie arabe sono diventate in conclusione parte di quei collegamenti di cui è fatto il sistema finanziario globale, attraverso però un processo deciso di comune accordo tra classi preesistenti. Con opportunità date in mano a poche persone, l’erosione sociale è stata inevitabile.

Di simile approccio, ma concentrato questa volta solo sulla realtà siriana, è l’analisi condotta da Linda Matar nel suo libro The political economy of investment in Syria. Anche per Matar le ragioni socioeconomiche del conflitto risiedono in politiche dannose per lo sviluppo economico. Il fulcro della sua analisi risiede sempre nella mutazione della classe borghese statale in una orientata al mercato, ma focalizzandosi su quei modelli di investimento scelti da questi prima e dopo il passaggio. Secondo la sua visione, il modello di investimento prima della trasformazione era di stampo socialista. In particolare, dopo anni di instabilità politica successiva alla seconda guerra mondiale la presa al potere del partito Ba’th (Partito del Risorgimento Arabo Socialista) nel 1963 si imponeva in un clima sociale molto diverso da quello odierno e prodotto dall’interazione e dalla cooperazione di varie forze sociali in campo. Queste forze facevano parte di una classe borghese formata al suo interno dai più alti gradi del governo, dai più alti gradi militari e dai direttivi regionali del partito Ba’th. Attraverso il controllo delle istituzioni statali questa classe fu in grado di accumulare ricchezza distribuendo poi il surplus ai cittadini attraverso politiche di welfare. La situazione però ha avuto un’inversione di tendenza negli anni 80 quando l’accumulazione di ricchezza ha cominciato a dipendere dall’andamento del mercato. Tutto ciò è stato possibile grazie a politiche di investimento che necessitavano di privatizzazioni e quindi di variazioni nei diritti di proprietà. Di conseguenza coloro che appartenevano a questo gruppo si sono trasformati in veri e propri attori privati di un mercato più ampio di quello nazionale, continuando però a godere di una certa posizione politica che uno stato dittatoriale come quella siriano poteva offrire.

Di un punto di vista diverso dai due studi precedenti è l’analisi affrontata da Joshua Stacher nel suo libo Adaptable autocrats: Regime power in Egypt and Syria. Stacher analizza l’assetto istituzionale e politico dell’élite governativa in modo da capire in che modo le decisioni vengono prese. Il presidente Assad è essenzialmente un primus inter pares, quasi allo stesso livello dei centri di potere incarnati dall’élite. Ma c’è di più, in Siria le varie istituzioni contano di più dell’élite che le controllano, poiché punti di riferimento dell’assetto collegiale del governo e di protezione.

In sostanza il potere di Assad è frutto di un accordo complesso con più forze in campo e quindi molto decentralizzato. Il processo decisionale è lento, fatto di molti compromessi, poco adatto al repentino cambiamento di cui la Siria aveva bisogno nel periodo prebellico.

A questo argomento si può collegare l’ultima analisi condotta da Leon T. Goldsmith nel suo libro Cycle of fear: Syria’s Alawites in war and peace. Secondo Goldsmith uno degli elementi determinanti del conflitto risiede proprio nella scarsa propensione della comunità alawita, gruppo religioso sciita di cui Assad e tutta l’élite fa parte, a cooperare con altre comunità presenti in Siria, un Paese a maggioranza sunnita. Questa mancanza è generata, per Goldsmith, dall’insicurezza e dalla paura, sentimenti che hanno radici antiche. La paura più grande è senz’altro rappresentata da un possibile salita al potere di un governo dell’ala più radicale dei sunniti. Questo spiega per Goldsmith la scarsa adattabilità del governo ai bisogni del Paese e conseguentemente l’appoggio al regime durante il conflitto.

 

Il ruolo dell’Unione Europea: le sanzioni

Anche l’Unione Europea ha un ruolo in questa crisi con approcci che nel tempo si sono diversificati e infine attenuati. L’approccio più duro è stato all’inizio della storia, quando Assad condusse violente repressioni contro i manifestanti. Nel maggio 2011, subito dopo la primavera araba, l’Unione europea emanò una serie di sanzioni nei confronti del regime siriano. L’obiettivo era difendere i diritti umani violati dal regime.  Una strategia in linea con la PEV (Politica europea del vicinato), una delle più importanti politiche estere dell’Unione, che contempla le sanzioni e il disimpegno economico come strumenti di contrasto nei confronti dei regimi autoritari. In realtà L’Unione Europea aveva sempre agognato una maggiore “democraticizzazione” della Siria ed in generale di tutto il Medio Oriente.

Lo dimostra il tentativo fallito di allacciare solidi rapporti con la Siria durante il processo di Barcellona nel 1995 il cui obiettivo è tuttora quello di creare un’area di stabilità politica, di sviluppo economico e di scambio culturale di tutti i Paesi del mediterraneo. La Siria si è sempre dimostrata sofferente a queste misure perché in contrasto con quell’autoritarismo, frutto di alleanze tra potere politico e classe media, molto restia ad un processo di cambiamento. L’ascesa di Bashar al-Assad e la sua volontà di innescare un meccanismo di sviluppo economico attraverso misure di liberalizzazione ha lasciato sperare l’Unione Europea in un possibile avvicinamento. Tuttavia, la struttura politica sopra citata ha reso il cambiamento meno repentino e debole. Così i rapporti commerciali tra l’Unione e la Siria si sono deteriorati portando da una parte ad una drastica diminuzione delle esportazioni e importazioni nel Paese mediorientale e dall’altra ad un incoraggiamento per la Siria a trovare rotte commerciali alternative con la Turchia, la Russia, l’Ucraina e la Cina.

Le sanzioni rappresentavano quindi per l’Unione Europea l’opportunità di indebolire, se non addirittura ribaltare, il regime siriano. Questa serie di misure restrittive colpiva determinati individui, in particolare membri della famiglia di Assad e delle personalità a lui vicine. L’Unione aveva stilato una lista di persone indicandone i nomi e le ragioni per cui venivano sanzionate. La lista conteneva 13 persone tra familiari di Assad, membri del sistema di sicurezza, dell’intelligence siriana, membri del governo, uomini d’affari vicini al regime e civili vicini al presidente. Successivamente è stata ampliata a 23 persone, tra cui lo stesso Bashar al-Assad, per poi comprendere anche entità giuridiche e organismi facenti parte dell’assetto istituzionale e finanziario del regime. Per di più si è aggiunto anche il bando sulle importazioni nell’Unione per il petrolio e prodotti derivati siriani, in seguito ridotto per aiutare la popolazione siriana e permettere il commercio con le aree controllate dalle forze di opposizione al regime in modo da finanziarle e appoggiarle.

Le sanzioni hanno avuto effetti molteplici per il regime. La conseguenza più importante è stata la minore disponibilità di risorse finanziare che ha reso difficile l’appoggio finanziario esterno all’élite siriana vicina al regime. Il settore bancario è stato colpito soprattutto nelle sue attività estere dissolvendo tutte le relazioni finanziarie a livello internazionale.

Il partito Ba’th in toto ne ha risentito dato che le sanzioni hanno precluso la capacità ai suoi membri di assicurare i privilegi di cui godevano e di svolgere le funzioni di supporto al regime. Anche le ONG collegate al regime, il cui obiettivo era quello, almeno in teoria, di dare la parvenza di una società civile ben funzionante hanno chiuso i battenti o si sono trasformate in apparati militari contro le opposizioni.

Con l’applicazione dell’embargo i membri dell’élite siriana non presenti nella lista hanno spostato i propri affari altrove stabilendo produzioni in Giordania, in Libano, in Turchia o nelle monarchie del Golfo. Alcuni di essi hanno provato anche segretamente a finanziare le varie forze politiche in modo da assicurarsi un futuro nella fase post-bellica. La lealtà nei confronti del regime si è indebolita e quindi l’obiettivo dell’Unione è stato raggiunto, almeno in un primo momento. Di contro però il risultato è stato l’estremo impoverimento delle fasce più deboli del Paese. Il settore pubblico, già inefficiente, non è riuscito ad assicurare i normali servizi relegando la popolazione alla fame, i finanziamenti pubblici infatti sono stati interrotti per scarsità di risorse.

La situazione però ha preso una piega diversa nella seconda metà del 2013, periodo in cui le sanzioni vengono interrotte. I motivi principali risiedono nella nuova composizione delle forze di opposizione, tra i quali militano anche gli estremisti islamici, e lo scarso appoggio di cui godono altre frange più moderate tra cui l’YPG. Una situazione che lascia intendere come Bashar al-Assad possa ancora giocare un ruolo determinante per la fine del conflitto.

 

Il rapporto tra Turchia, Siria e curdi

La Turchia è un giocatore che da un punto di vista geopolitico rappresenta una certa complessità. È membro dell’Unione Europea e della NATO e come tale è tra le file negli schieramenti opposti ad Assad. Anche i curdi sono contro il regime e quindi godono dell’appoggio dell’Unione e della NATO e soprattutto degli Stati Uniti, ma non della Turchia, loro acerrima nemica. I curdi sono gruppo etnico presente in parte nel territorio turco, siriano e iraniano, alimentato da un sentimento nazionalista sviluppatosi ancor prima del Kemalismo che in Turchia ne aveva posto le basi. Il nazionalismo curdo, in Turchia rappresentato dal partito dei lavoratori del Kurdistan, o PKK, non è ben visto dal governo di Ankara non solo perché mina l’unità nazionale, ma anche la politica estera guidata da Erdogan e dal suo partito, l’AKP, che ha come obiettivo una maggiore influenza sui Paesi mediorientali una volta sotto il controllo ottomano. La Turchia però combatte con i curdi e con il governo di Assad un nemico comune: l’ISIS. La milizia curda dell’YPG però, affiliata al PKK, è la più impegnata su questo fronte rispetto al regime e ad Ankara.

Il rapporto tra la Turchia e la Siria, non di facile interpretazione, ha radici profonde e la questione curda ne è un elemento essenziale.

Tutto ha inizio al tramonto del diciannovesimo secolo. I curdi si ribellarono all’impero ottomano mossi dal loro sentimento nazionalista, un unicum fino a quel momento nel Medioriente. Dopo la prima guerra mondiale il Trattato di Sèvres del 1920, un trattato di pace tra le potenze alleate e l’impero ottomano, sancì un referendum per permettere ai curdi di creare uno stato indipendente, il Kurdistan, e delimitarne i confini fuori dal territorio dei turchi che fino ad allora ne detenevano il controllo. La guerra di indipendenza turca, che segna la fine dell’impero, portò alla soppressione del trattato e alla sua sostituzione con il Trattato di Losanna nel 1923, tra la Turchia e le potenze alleate, che delimitava i confini tra Siria e Turchia senza alcun riconoscimento del Kurdistan. Inoltre, il trattato decretò anche l’indipendenza del distretto di Alessandretta, provincia di Hatay per i turchi e Iskendrun per i siriani, una volta parte della Siria. La ragione dell’indipendenza è dovuta al carattere multiculturale e multietnico della regione, nella quale vivevano turchi, arabi e curdi e si osservavano diverse religioni. Proprio per questo motivo la reazione della Siria al trattato è stata abbastanza tiepida.

La provincia di Hatay è importante per capire uno dei punti cruciali del complesso rapporto tra i due Paesi, un punto che nella storia non è poi così nuovo: la disputa sui territori.

Con la dissoluzione dell’Impero ottomano, il Mandato francese sulla Siria, uno dei mandati delle Società delle Nazioni che formalizzava il controllo sulla regione, cedette la provincia alla Turchia agendo quindi contro il Trattato. La Turchia propose poi un referendum per l’annessione della provincia. Il governo di Ankara credeva di avere la situazione in pugno, convinta che la maggioranza etnica della regione fosse turca. I francesi accettarono, in quanto vedevano nella Turchia un alleato strategico contro la Germania agli albori della Seconda Guerra Mondiale. In realtà i turchi non erano affatto la maggioranza etnica nella regione, ma la Francia aveva un disperato bisogno di un risultato che favorisse la Turchia. Così fu stabilità la legge marziale con l’intento di produrre una maggioranza turca nella regione. In particolare, coloro che erano a favore di un risultato pro-turco furono messi in posizioni di controllo sulle registrazioni dei votanti, di conseguenza tutti gli arabi furono tagliati fuori. Nel 1938 le forze turche entrarono nella provincia come sedicenti garanti della pace senza mai lasciarla. I siriani però hanno sempre considerato la provincia di Hatay come propria, tanto che all’indomani della crisi del 2011, risultava nella loro mappa nazionale, così come in quella turca. L’annessione non è stata del tutto negativa per il governo siriano di Hafez, al-Assad, padre dell’attuale presidente. Tagliando fuori Aleppo dal mare, il piano di connessione delle vie commerciali verso Damasco è stato più facile. In questo modo il governo si è assicurato una maggiore centralizzazione verso la capitale.

Hatay diventò ben presto un focolaio di rivolta contro la Turchia. Durante gli anni 80 il governo siriano sostenne il PKK, di conseguenza il rapporto tra Siria e Turchia si deteriorò notevolmente. Migliorò solo nel 1998 con l’espulsione dalla Siria del suo leader, Abdullah Öcalan.

La questione turca ha sempre rappresentato per i due Paesi un mezzo di contrattazione non solo per i territori ma anche per un altro elemento essenziale del loro rapporto: l’acqua. In particolare, la Siria utilizzava l’appoggio al PKK per poter far pressione sulla Turchia per l’accesso ai corsi d’acqua in comune: il Tigri, l’Eufrate e l’Afrin. Per i primi due, che nascono nel territorio turco, la costruzione di dighe da parte della Turchia ha sempre infastidito la Siria, perché riducevano l’afflusso prosciugando territori con ricadute pericolose per l’agricoltura siriana e l’approvvigionamento idrico delle città. L’Afrin però è più collegato con la questione curda. Anche questo fiume nasce in Turchia ma passa dalla Siria per un lungo tratto e per la città omonima di Afrin, storicamente a maggioranza curda, a nord di Aleppo. Il fiume poi termina il suo percorso sfociando nell’Oronte nella provincia di Hatay e se pensiamo all’importanza che questo territorio ha per entrambi i Paesi ci rendiamo conto della grande importanza dell’Afrin. Infatti, quando la Siria si è rifiutata di riconoscere la provincia come territorio turco, la Turchia con il suo piano idrico ha parzialmente bloccato il corso dell’Afrin facendo rilasciare più acqua dal Tigri e dall’Eufrate. Il progetto idrico turco, messo in pratica negli anni 70, non era altro che una strategia per poter dislocare e redistribuire la popolazione curda da una parte inondando i territori in cui abitavano i curdi turchi e dall’altra prosciugando quelli dei curdi siriani. Questi ultimi hanno dovuto lasciare le proprie terre e la loro migrazione verso le città ha reso il fenomeno dell’urbanizzazione e della scarsità dei servizi ancora più accentuato.

La guerra civile del 2011 ha segnato un certo disgelo tra la Turchia e i curdi dato il comune nemico dell’ISIS, nella cui lotta solo l’YPG ha contribuito in modo determinante. Ora che l’ISIS è quasi fuori dai giochi e gli americani hanno deciso di ritirarsi, cosa accadrà ai curdi?

 

L’analisi dell’origine e dello sviluppo del conflitto siriano nasce da una domanda molto semplice: perché? Perché esistono forze moderate ed estremiste ribelli al regime? Da alcune fonti si evince che molti esponenti dello Stato Islamico sono in realtà proprio siriani. Alcuni di essi quindi sono stati scacciati dalle loro città. Perché allora siriani, curdi o arabi che siano, stanno combattendo contro altri siriani?

La guerra civile è il risultato di una serie di fenomeni di varia natura, economici, politici, religiosi e culturali, che si sono avvicendati e concatenati tra loro fino ad esplodere. Ora che si avvicina la parola fine, aprendo una nuova fase di ricostruzione, la discussione dovrebbe vertere proprio su questa domanda: perché. Ed è questa la domanda necessaria per creare un ambiente che assicuri la pace.

 

Fonti:

  • ISPI
  • Jessica L. Radin (2018): Tangled roots: international relations between Syria and Turkey, Mediterranean Politics
  • Samer Abboud (2018): Marketization, underdevelopment, and social instability: The political economy of Syria’s uprising, Mediterranean Politics
  • Peter Seeberg (2014): The EU and the Syrian Crisis: The Use of Sanctions and the Regime’s Strategy for Survival, Mediterranean Politics
  • The Welfare of Syrian Refugees: Evidence from Jordan and Lebanon, Banca Mondiale (2016) – Capitolo 1

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Vincenzo Aliani

Laureato in Scienze economiche presso l'Università di Bologna, mi interesso di temi di attualità e di politiche economiche. Le mie grandi passioni sono la scrittura e il cinema.



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