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Politiche di immigrazione: l’insostenibile leggerezza dell’Unione Europea


Secondo i dati aggiornati dal Ministero dell’Interno, i migranti sbarcati sulle coste del Bel paese, dal 1 gennaio 2017 al 30 giugno 2017, sono 83360 e, se confrontati con i dati del 2016 relativi allo stesso periodo, il numero dei migranti è aumentato del 18,71%. La crescente pressione migratoria sta diventando quindi elemento di preoccupazione per gli Stati dell’Unione Europea. Da che cosa dipende questo fenomeno? Dal solo fatto che questi individui fuggono da zone di guerra per trovare la pace in Europa? Non solo, il motivo principale risiede nelle differenze dei redditi medi tra paesi poveri e ricchi.

Se si fa un passo indietro nella storia, durante la Rivoluzione Industriale la differenza tra il Pil pro capite di un paese considerato ricco, come la Francia, era circa tre volte quello di quello di un paese considerato povero, come la Cina. Ora invece il Pil pro capite francese è circa 54 volte superiore a quello della Repubblica Democratica del Congo, il paese più povero in assoluto. Il divario è spaventoso e la situazione appare ancora più drammatica se si confrontano le scale di reddito tra paesi avanzati e poveri o in via di sviluppo.

 

 

Figura 1. Livelli di reddito nel mondo in base al paese e alla classe di reddito (Milanovic 2015)

 

Il grafico confronta le scale di reddito di un paese considerato avanzato come la Germania, uno meno avanzato come la Russia e paesi in via di sviluppo come Cina e India. È evidente che se un individuo di un paese in via di sviluppo come l’India dovesse trasferirsi in Germania si collocherebbe al di sopra della scala dei redditi mondiale anche se nel paese di destinazione fosse situato nella classe di reddito più bassa.

A livello globale chi vive in un paese ricco possiede una specie di rendita derivante dal suo status di cittadino, un c.d. premio di cittadinanza, mentre chi nasce e vive in un paese povero si ritrova in una situazione di svantaggio.

Nel 2015 l’economista Branko Milanovic ha testato l’influenza del premio di cittadinanza sulla determinazione del reddito di un individuo, dimostrando che più di tre quarti della variabilità dei redditi individuale è spiegata dal paese in cui si vive. In conclusione, a prescindere dalla classe di reddito di appartenenza, uno svedese guadagna il 329% in più di un congolese.

Allora cosa spinge un individuo ad emigrare? Semplicemente un motivo di natura economica, perché l’Unione Europea è separata dall’Africa solo da poche miglia nautiche ma da un abisso nei tenori di vita. Questo non solo fa capire che il problema è più complesso di come appare, ma che le barriere non serviranno a risolverlo perché le differenze nei redditi medi tra paesi poveri e ricchi sono destinate ad aumentare e con esse i flussi migratori.

Sembra però che l’Unione non la pensi così, perché l’orientamento non è certo rivolto alla costruzione di una politica di immigrazione comune e ad una strategia che possa in qualche modo portare quei paesi, fonte di emigrazione, a crescere. Ancora una volta il dito viene puntato verso le ONG imponendo loro alcune limitazioni e i fondi previsti saranno finalizzati ad aumentare l’efficienza dei controlli sulle coste libiche. Intanto l’Austria inizialmente ha minacciato di piazzare l’esercito al Brennero per difendere le proprie frontiere e poi ci ha ripensato, mentre Spagna e Francia hanno rifiutato la proposta italiana di aprire i loro porti alle navi dei migranti.

Macron ha aggiunto, durante il G20 a Berlino, che non bisogna confondere i rifugiati politici con i migranti economici, che vuol dire che la Francia non si impegnerà ad accogliere questi ultimi. Queste dichiarazioni però non prendono in considerazione la forte disuguaglianza nei redditi medi e nei tenori di vita tra queste due aree del mondo, che non farà altro che aumentare l’afflusso dei migranti che cercano lavoro e non protezione politica. Secondo i dati ISTAT, all’inizio del 2016 il numero di individui con permesso di soggiorno ricollegabile all’asilo politico o alla protezione umanitaria rappresentava solo il 4% di tutti i migranti. A livello europeo inoltre, secondo gli ultimi dati Eurostat, le richieste di asilo politico sono diminuite nel primo trimestre del 2017 del 47% rispetto allo stesso periodo del 2016.

 

Figura 2. Richieste di asilo effettuate per la prima volta in EU-28 (fonte Eurostat)

 

Il presidente dell’Inps Tito Boeri nella sua Relazione annuale ha dichiarato che la chiusura delle frontiere porterebbe in 22 anni a 35 miliardi in meno di prestazioni sociali ad immigrati, ma ad una perdita di entrate contributive di circa 73 miliardi con un saldo negativo pari a 38 miliardi per le casse dell’Istituto. La ricerca è stata svolta simulando l’evoluzione della spesa sociale e delle entrate contributive fino al 2040 nel caso in cui i contributi pagati dai cittadini extra-comunitari dovessero azzerarsi.

 

Figura 3. Effetti finanziari derivanti da una riduzione annua di lavoratori extra-comunitari. Anni 2018-2040 (fonte INPS)

 

Poi ha aggiunto:

Bisogna tuttavia tenere conto del fatto che molti immigrati lasciano il nostro paese prima di maturare i requisiti contributivi minimi e, anche quando ne avevano diritto, in passato spesso non hanno richiesto il pagamento della pensione, di fatto regalandoci i loro contributi (nostre stime prudenziali sono di un regalo che vale, ad oggi, circa un punto di Pil). Mentre l’85% delle pensioni in pagamento per i nativi è basato sul sistema retributivo, solo lo 0,3% degli immigrati è destinato a ricevere pensioni basate su regole così generose. Infine, i nostri dati ci dicono che gli immigrati oggi in Italia hanno una speranza di vita più breve di quella utilizzata per definire ammontare e durata delle pensioni e questo significa che, anche nell’ambito del metodo contributivo, pagano molto di più di quanto ricevano tenendo conto di versamenti e prestazioni durante l’intero arco della vita.”

In conclusione non solo le misure auspicate da alcuni paesi dell’UE non sembrano guardare al reale problema della crescente disuguaglianza tra paesi poveri e ricchi. Un problema che implica un aumento dei migranti, soprattutto di quelli c.d. economici, ma queste porterebbero anche ad una perdita di entrate contributive, perché coloro che sbarcano sulle nostre coste sono soprattutto individui giovani e in piena età lavorativa.

Ancora una volta è necessario che l’Unione Europea abbia una visione comune delle politiche di immigrazione da adottare e che queste siano rivolte ad una più equa distribuzione dei migranti tra i paesi membri. Inoltre i paesi fonte di emigrazione devono essere aiutati a recuperare il divario di natura economica. Come si fa a raggiungere questi obiettivi? Con un’Unione Europea unita anche da un punto di vista politico.

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Vincenzo Aliani

Laureato in Scienze economiche presso l'Università di Bologna, mi interesso di temi di attualità e di politiche economiche. Amo l'arte nel suo complesso, ma le mie grandi passioni sono la scrittura e il cinema.



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