Private Equity in the zero-interest world


Nel 2016 i fondi di PE sono riusciti a raccogliere la cifra di $589 miliardi di capitale globalmente, solo del 2% inferiore dell’anno precedente e in linea con gli altri anni a partire dal 2013. Ma in Europa la situazione è ancora più rosea con  €74.5 miliardi raccolti nel 2016, un incremento del 37% anno su anno.

Ma a cosa si può imputare la resurrezione del settore del private equity dopo la spettacolare implosione dello stesso nel 2008?

Il primo e più pressante motivo è la continua ricerca da parte degli investitori di certi e sicuri guadagni in questa straordinario periodo di tassi d’interesse negativi, che rende ancor più difficile la ricerca di un significativo rendimento. In secondo luogo, se da una parte i baroni del debito stanno vivendo un periodo di crescita inaudita, lo stesso non si può dire di un’altra frequentata destinazione di capitale ovvero il settore dell’active asset management e in particolare gli hedge funds; i fondi dei cosiddetti stockpickers stanno subendo costanti deflussi di capitale verso altre opzioni di investimento, tra cui il PE che risulta uno dei beneficiari della crisi dell’active asset management. Bisogna anche notare come il settore del PE è considerato da molti una sorte di rifugio sicuro per i propri capitali, a causa della sua capacità di battere il mercato e quindi di assicurare una performance migliore dei vari index fund.

Nonostante la tendenza a produrre con costanza shareholder value  (partner value, in questo caso), in tempi di eccessiva abbondanza di capitali, come poco prima della crisi del 2008, i fondi di PE hanno mostrato una preoccupante inclinazione a abbandonarsi a leveraged buyout con valutazioni impensabili di compagnie spesso già eccessivamente indebitate. Quindi se consideriamo il clima di ottimismo che prevale nel settore, dato sia da maggiore investimenti in fondi PE sia da debito a basso prezzo, e il fatto che i maggiori indici borsistici siano ai loro massimi storici, possiamo forse affermare di essere dinnanzi a un’altra possibile crisi?

Da una parte bisogna considerare che il valore eccessivo di molte compagnie rende il lavoro dei cosiddetti buyout funds estremamente difficile, infatti alle già  stratosferiche valutazioni si aggiunge il fatto che essi devono pagare un premium sul valore presente delle azioni rendono l’impresa di creare shareholder value per gli investitori del fondo ancora più ardua. Dall’altra il rischio di pagare esageratamente una compagnia è inevitabile e imprescindibile: infatti i fondi di PE non possono rimanere con le mani in mano anche e soprattutto per il fatto che richiedono una management fee del 1,5% sugli investimenti, spronandoli ulteriormente a non immobilizzarsi nella ricerca del target perfetto.

Blackstone

The Blackstone Group LP logo hangs in the company’s offices in New York, U.S. Photographer: Scott Eells/Bloomberg

Tutto ciò considerato, i giganti del mondo del private equity riescono comunque a trovare quei diamanti grezzi che, appesantiti da fattori come un management incompetente oppure tentativi di diversificazione azzardati, vengono scambiati a prezzi più bassi dei loro pari e sono quindi i perfetti candidati per un takeover da parte di un buyout fund.

Tirando le somme, il settore potrebbe essere vicino ad una nuova crisi ma l’enorme interesse da parte degli investitori non dà segni di allentarsi e le valutazioni borsistiche dei vari fondi di PE, Blackstone in primis, non presagiscono l’avvicinarsi di una possibile bolla.

 

 

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Francesco Rassu

Studio Economia Aziendale e Management all'università Bocconi, sono un amante della letteratura e mi interesso di M&A e IB



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