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Uberismi e il lavoro al tempo della gig economy


Oramai da tempo il mondo aziendale dà i natali ad alcune fra le peggiori espressioni della nostra lingua, ma grazie a compagnie come Uber si sono raggiunti nuovi livelli di vaghezza e confusione.

Partiamo dal classico eufemismo corporate esemplificato dalla trasformazione di un’ondata di licenziamenti in una razionalizzazione della forza lavoro, passando a espressioni semplicemente prive di significato quali un maggiore focus sulla corporate social responsibility e indefinite attività di team-building. Nonostante la già ampia diffusione del culto dell’eufemismo e del vago, grazie soprattutto ai players della gig economy, da Uber a Deliveroo, si è riusciti a raggiungere nuove vette inimmaginabili.

Ma iniziamo dalle basi, come mai l’uso di queste espressioni è così diffuso e frequente nel mondo aziendale? Per rispondere a questa domanda, cito volentieri un passaggio dal saggio Politics and the English Language:


“The great enemy of clear language is insincerity. When there is a gap between one’s real and one’s declared aims, one turns as it were instinctively to long words and exhausted idioms, like a cuttlefish spurting out ink.”

“Il grande nemico del linguaggio chiaro è la falsità. Quando c’è un divario tra gli obiettivi dichiarati e quelli veri, ci si rivolge istintivamente a parole lunghe e idiomi svampiti, come una seppia che schizza inchiostro.”

George Orwell

In primo luogo, viene adottato questo tipo di linguaggio per comunicare dei fatti scomodi che si è costretti ad ammettere o semplicemente qualunque cosa di tendenzialmente non positivo per l’organizzazione; in secondo luogo invece, l’uso di espressioni altolocate, squisitamente incomprensibili o l’abuso della sempre presente iperbole può essere cruciale per ingigantire una qualsivoglia cosa: dagli onnipresenti  progetti di CSR a un minuscolo profitto dopo anni di perdite (Tesla anyone?).

Snocciolate le premesse, affrontiamo gli esempi più efferati del vocabolario secondo Deliveroo. La gig economy ha trasformato il mero linguaggio vago, il cosiddetto management speak, in un’arma essenziale contro le autorità di controllo e i garanti dei lavoratori: società come Deliveroo dichiarano di offrire la possibilità di compiere dei lavoretti flessibili e di diventare padroni del nostro tempo, ma ciò non potrebbe essere più lontano dalla verità. I corrieri di Deliveroo infatti devono lavorare almeno due turni nel fine settimana, completare tutti i turni accordati e sono obbligati a segnalare mancanze di disponibilità. Quindi il lavoro flessibile e autonomo risulta sempre più simile a quello dipendente, non sembra? Non secondo il vocabolario interno di Deliveroo. Infatti secondo queste fantomatiche linee di guida del vocabolario opportuno da adottare l’uniforme diventa il “kit”, lo stipendio si trasforma in fattura, i turni diventano “disponibilità” e il licenziamento diventa una stupenda terminazione dell’accordo del fornitore.

Attraverso questi piccoli accorgimenti le compagnie della gig economy sono in grado di classificare quelli che sembrano dipendenti, si comportano come dipendenti e vengono pagati come dipendenti come lavoratori autonomi. Una così sottile differenza cela un vantaggio enorme, così facendo aziende come Uber possono evitare di offrire tutte quelle garanzie concesse dai datori di lavoro ai dipendenti diventando infinitamente più competitive su prezzi e costi.

Ma tutto ciò sempre destinato a finire e i players della gig economy potrebbero essere costretti ad abbandonare questi stratagemmi. Da una parte compagnie come Deliveroo sono sotto attacco sia dei sindacati sia delle autorità di controllo, che combattano per ottenere il riconoscimento dello status di dipendenti e i relativi benefit; dall’altra sono emerse realtà come Guffipedia che si propone di esporre e mettere in ridicolo i più egregi esempi di mala lingua del mondo corporate.

Comunque uno la pensi sul lavoro al tempo della gig economy e sui grandi players del settore, bisogna fare i conti con l’evoluzione del concetto di impiego e con la nuova terminologia che ne deriva.

 

 

 

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Francesco Rassu

Studio Economia Aziendale e Management all'università Bocconi, sono un amante della letteratura e mi interesso di M&A e IB



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