HIV e AIDS: Un killer lento ancora in “libertà”


Le infezioni da HIV oggi rappresentano la quarta causa di morte nel mondo e la prima nell’Africa sub-sahariana, con un numero sempre crescente di nuovi casi ogni anno. Chiunque di noi conosce questo virus tanto temuto, soprattutto noi giovani, e con questo articolo cercheremo di delineare alcuni suoi aspetti fondamentali nonché anche qualche piccola curiosità che potrebbe rivelarsi inaspettata per molti!

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Virioni di HIV (in giallo) gemmanti da un linfocita T CD4+ (in blu).

HIV sta per Human Immunodeficiency Virus, ovvero virus dell’immunodeficienza umana, e rappresenta l’agente eziologico di quella patologia tristemente conosciuta come AIDS. Tale virus appartiene al genere dei Lentivirus, e la sua attribuzione a questo gruppo maggiore, comprendente anche altre specie virali, è alla base del mio volerlo definire un killer lento. Come suggerisce il nome stesso, i virus appartenenti a questo genere, e quindi anche HIV, hanno dei tempi di replicazione e diffusione nell’organismo ospite lunghissimi, dell’ordine anche di 10-15 anni, prima di generare una sintomatologia caratteristica.

HIV fu identificato per la prima volta negli USA nell’estate del 1981, dopo un grande aumento di casi clinici caratterizzati da individui maschi omosessuali che presentavano insorgenza frequente e incontrollata di particolari tumori, come il sarcoma di Kaposi, e severe infezioni opportunistiche disseminate con concomitante chiara deplezione di cellule immunitarie della linea linfocitaria T CD4+. Quadri clinici simili furono riscontrati anche tra numerosi tossicodipendenti consumatori soprattutto di droghe a iniezione endovenosa, come l’eroina, in grande diffusione intorno gli anni ’70. Quando finalmente furono isolati dal sangue e dai fluidi biologici (soprattutto sperma e secrezioni vaginali) di tali individui i virioni dell’HIV, essi furono classificati quale sierotipo HIV-1 e indicati come la causa dell’insorgenza di tali fenomeni prima inspiegabili. Tre anni dopo, nel 1984, sempre negli USA fu isolato e identificato un secondo sierotipo (HIV-2), il quale fu associato allo sviluppo di una patologia a progressione più lenta e infettività ridotta rispetto a HIV-1, con quest’ultimo purtroppo ancora principale responsabile di quasi tutti gli individui con AIDS conclamato nel mondo.

Numerosi ricercatori, studiando in dettaglio le caratteristiche molecolari e genetiche del virus, sono giunti a un’ipotesi molto accreditata che rappresenterà la nostra prima curiosità: sembra che HIV non sia “nato” come virus infettante l’essere umano, ma piuttosto aveva altri bersagli, quali vari animali e in particolare i primati. Si suppone che esso sia andato incontro a un processo di zoonosi, o salto di specie, a causa del consumo di carne di primati infetti da parte degli abitanti dell’Africa Centrale, i quali sono entrati così in contatto diretto di sangue con tali animali e con lo stesso virus, provvedendo involontariamente a trasferirselo rapidamente gli uni con gli altri tramite dei rapporti sessuali non protetti. Il virus a questo punto, dovendosi adattare a un nuovo organismo ospite rappresentato dall’uomo, ha iniziato a mutare generando dei nuovi ceppi infettanti anche la nostra specie.

Fortunatamente nei Paesi industrializzati, grazie all’obbligo di screening sulle sacche per trasfusioni ematiche e organi per donazioni così come anche l’aumento dell’uso del preservativo, la diffusione di HIV è stata fortemente abbattuta e viene tenuta sotto controllo, a differenza di aree ancora a rischio elevatissimo come il continente africano. Ciò che però rende l’AIDS una patologia davvero grave è il fatto che essa conduca inesorabilmente a morte dell’individuo, sebbene dopo un periodo di tempo variabile. Numerosi personaggi famosi, come Freddie Mercury e Keith Haring, sono deceduti proprio a tale causa. Ma in che modo HIV conduce al decesso?

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Semplificazione del processo di replicazione di HIV.

Tale virus possiede come cellule target prevalentemente quella della linea immunitaria presentanti il recettore CD4 di membrana (cellule dendritiche e macrofagi in fase iniziale, linfociti T CD4+ in fase successiva) e anche le cellule gliali del sistema nervoso centrale. In una fase intermedia del suo ciclo replicativo, HIV inizia a infettare e distruggere preferenzialmente solo i linfociti T CD4+, cellule fondamentali dell’immunità acquisita, che quando scendono al di sotto di un valore critico, quindi a seguito di un’infezione già prolungata, inducono una severa condizione di immunodepressione nel paziente che viene definita AIDS conclamato. Una volta che le sue difese immunitarie sono altamente compromesse, tale paziente inizierà a sviluppare numerosi tumori e infezioni opportunistiche da altri patogeni che lo condurranno abbastanza rapidamente alla morte. Altra curiosità inaspettata riguarda il fatto che circa l’1% della popolazione caucasica risulta essere omozigote per una mutazione puntiforme del gene che codifica per il co-recettore CCR5 (espresso da macrofagi, c. dendritiche e della glia), anch’esso utilizzato dal virus per penetrare nella cellula ospite, e tali individui, non esprimendo per nulla tale molecola, risultano essere totalmente immuni a HIV anche se hanno contatti diretti di sangue o rapporti sessuali non protetti con individui affetti!

Fino a oggi non esiste alcun vaccino di profilassi contro HIV-1 o HIV-2 a causa di alcuni meccanismi ancora ignoti nel suo processo infettivo e poichè è un virus in grado di mutare molto rapidamente per eludere le difese immunitarie dell’ospite e generare resistenza contro farmaci e eventuali vaccini. Molecole farmaceutiche esistono e sono utilizzate in combinazioni previste dalla strategia HAART, ma la loro azione può solo rallentare la progressione dell’infezione e allungare l’aspettativa di vita del paziente senza mai poter garantire una guarigione totale con completa eliminazione del virus.

La ricerca sull’HIV e sulla possibilità di generare una terapia o un vaccino definitivo è in grande sviluppo in tantissimi laboratori nel mondo e, a partire dal 1988, è stato anche istituito il World AIDS Day che ricorre il 1 Dicembre di ogni anno, allo scopo di sensibilizzare chiunque nella prevenzione verso HIV e a sostenere anche la ricerca svolta su di esso. Da quando HIV è stato identificato per la prima volta nel 1981, circa 35 milioni di persone sono morte in tutto il mondo a causa di tale virus che si è dimostrato essere ancora oggi la pandemia più grave e diffusa della storia dell’umanità. Bastano alcuni piccoli accorgimenti nella vita di tutti i giorni per ostacolare la sua avanzata e evitare possibili contagi. Accorgimenti – come l’uso del preservativo – rappresentano un gesto di amore e rispetto verso noi stessi e verso gli altri, per permettere a ognuno di noi di prendere parte a questa grande battaglia.

 

Bibliografia:

“Principi di Microbiologia medica” – G. Antonelli

“Immunobiologia di Janeway” – K. Murphy

https://www.worldaidsday.org/

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Marco Pannone

Nato nel Dicembre del '95 a S. Giuseppe Ves. ma vissuto sempre a Scafati, una cittadina non molto distante da Napoli, proprio a Napoli frequento il terzo anno accademico di una laurea triennale in "Biotecnologie per la salute" all'Università "Federico II". Da sempre appassionato di ricerca in campo genetico, biochimico e biologico molecolare e amante dei Paesi scandinavi, ho in programma, una volta conseguita la laurea triennale, di trasferirmi a Oslo o Stoccolma per un master's degree in "Molecular Biology" o "Biomedicine". Con la voglia di viaggiare sempre in mente, la mia seconda più grande passione sono gli aerei civili e gli aeroporti, alla pari della musica rock e indie.



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