Women who changed Art and Architecture: Frida Kahlo e la morte


Quel che l’acqua mi ha dato, 1938 Collezione Daniel Filipacchi, Parigi

La sola cosa che so è che dipingo perché ne ho bisogno e dipingo sempre quello che mi passa per la testa, senza pensare ad altro.

Ecco Frida.

Bastano un quadro, meno noto rispetto agli innumerevoli ritratti, e un aforisma per avvicinarci alla decifrazione di questa grande artista. Quel che l’acqua mi ha dato o Cosa ho visto nell’acqua, opera del 1938, è una chiara immagine del trascorrere inesorabile del tempo. È una tela singolare nella produzione artistica di Frida Kahlo, che senza dubbio delinea un’importante evoluzione verso una più approfondita complessità psicologica e una maggiore ricercatezza tecnica. Il processo costruttivo dell’immagine ricorda quello utilizzato da Hieronymous Bosch ne Il Giardino delle Delizie, trittico della fine del XV secolo, e da Pieter Brughel il fiammingo nelle sue tele così dense di particolari e avvenimenti.

Frida Kahlo, Xochimilco, Città del Messico, 1936 foto di Fritz Henle

C’è la gamba ferita. Proprio lì dove si posa irrimediabilmente il primo sguardo dell’osservatore, Frida sta già raccontando il tragico incidente che le ha cambiato la vita. In quelle dita deformate, nel rosso dello smalto e del sangue che cola, nella ferita profonda ci sono le trenta operazioni chirurgiche alle quali si è dovuta sottoporre durante la sua vita e tutte le sofferenze fisiche e psicologiche che ne sono derivate. Ci parla indirettamente anche della poliomielite contratta alla tenera età di sei anni e della colonna vertebrale spezzata, sempre dolorante e da correggere.

Frida Kahlo, La colonna spezzata, 1944

C’è il grattacielo e c’è il vulcano. New York, dove si trova fisicamente, e il Messico, dove si trova il suo cuore. L’eruzione, la lava incandescente, il fumo simboleggiano la passione irrazionale e l’esplosione dei sentimenti della pittrice per il marito Diego Rivera, il più grande muralista, e forse anche il più grande donnaiolo, che il Messico abbia mai avuto. Frida, nel 1938, dopo quasi dieci anni di matrimonio, è esausta. All’ennesimo tradimento, per di più con la cara sorella Cristina, chiede il divorzio. Ma Diego è il suo bambino, non sarà mai capace di abbandonarlo DEfinitivamente. Anzi, tornano a promettersi amore eterno poco più di un anno dopo, a San Francisco.

Frida Kahlo mentre dipinge Autoritratto al confine tra Messico e Stati Uniti al Detroit Institute of Arts, 1932

C’è la mexicanidad. È la sua religione. Il vestito da tehuana giallo e rosso che galleggia in quest’acqua densa di suggestioni fa parte del guardaroba di tutti i giorni che Frida sfoggia orgogliosa nella Casa Azul, dove è nata, a Cayoacán come sulla Fifth Avenue. Questo costume, prima di tutto e ovunque nel mondo, è il simbolo delle radici profonde che la legano alla sua terra di origine e alle tradizioni indigene messicane.

Frida Kahlo, foto di Michael Ochs

C’è il passato. Il padre Guillermo, nato Wilhelm perché tedesco-ebraico-ungherese, e la madre, Matilde, già ritratti con le medesime fattezze in I miei nonni, i miei genitori ed io del 1936.

C’è il futuro. Due donne, amanti, che ritrarrà nuovamente in Due nudi in una foresta del 1939.

Frida Kahlo, I miei nonni, i miei genitori e io, 1936

C’è la fertilità. La natura rigogliosa prende possesso della parte bassa del quadro. Il verde smeraldo delle foglie, il rosso acceso dei petali, le radici acquatiche, i fiori di cactus sono l’inno alla vita che riesce a proliferare persino nel caldo e inospitale Messico ma non nel suo ventre. Frida, infatti, non riuscirà mai a soddisfare quel suo profondissimo istinto materno che sin da giovane dimostrava di possedere. La precarietà della sua salute è la principale causa dei suoi numerosi aborti spontanei e l’impossibilità di avere un figlio da Diego è per lei una punizione insopportabile.

Frida Kahlo, 1951

C’è la morte. La sua compagna di vita. Lo scheletro seduto sull’isola sembra un burattino in attesa di essere rimesso in piedi. La donna annegata, gialla e gonfia, è Frida-Ofelia con una corda intorno al collo manovrata da un uomo che nasconde il proprio volto sotto una maschera dal sapore primitivo. Intanto gli insetti equilibristi ci ricordano quelli che popolano i quadri di Salvador Dalì il surrealista. Le sue formichine, simbolo di morte e decadenza, ne La Persistenza della Memoria si cibano avidamente di un orologio da taschino. Qui, invece, un ragno dalle gambe lunghe, nere e affusolate sfiora inquietantemente il volto della giovane morta.

Frida Kahlo

Non c’è Diego. Lo tiene lontano dalla tela ma è vivo nel suo cuore. Nonostante tutto.

Al fondo tu e io ci amiamo profondamente e per questo siamo in grado di sopportare innumerevoli avventure, colpi alle porte, imprecazioni, insulti, reclami internazionali – eppure ci ameremo sempre…

C’è tutta Frida. Ci parla di se stessa intimamente, mentre si rilassa sdraiata nella vasca da bagno. Si denuda agli occhi dell’osservatore senza vergogna, anzi con quella malizia, sicurezza e alegrìa che hanno accompagnato tutta la sua intensa e instancabile vita.

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Amina Chouairi

Milanese di Milano Milano, profondamente legata a Tokyo e ai suoi ciliegi. Dal Manzoni al Politecnico, sono un'architetto in erba con sei anime sorelle. Il mio alter ego è Edna Mode. Sono in costante ricerca di un'ispirazione, di un modello, di un esempio da stravolgere e fare mio. Non sapendo dare una forma ai miei sentimenti attraverso l'Arte, allora ne scrivo. L'Arte mi stimola, mi mette in comunicazione, mi connette. L'Arte ci salverà tutti.



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