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Arpad Weisz, la storia di un campione ebreo che dallo scudetto finì ad Aushwitz


«Mi sembra si chiamasse Weisz, era molto bravo ma anche ebreo e chi sa come è finito»

In Novant’anni di emozioni Enzo Biagi scriveva così di Arpad Weisz, indiscutibile figura calcistica che ha contribuito a fare la storia del calcio italiano, poi finita nell’oblìo della Seconda guerra mondiale e della memoria di molti. Solo dopo ben sessant’anni il suo ricordo è stato portato in auge.in-ricordo-di-arpad-weisz-18253

 

Arpard è finito ad Aushwitz ed è morto la mattina del 31 gennaio del 1944, due dopo sua moglie Elena e i suoi figli Roberto e Clara, poco più che bambini, gassati il 5 ottobre del ’42.

Weisz era un’ottima ala sinistra, quel ruolo sembrava essere stato inventato per lui. Fa coppia con la Gazzella Hirzer, il primo straniero nella rosa degli Agnelli. Gioca poco con il Padova, poi vola nell’Inter, fino a quando un infortunio piuttosto serio lo porta sulla panchina neroazzurra come tecnico. Come un moderno talent scout, è lui a lanciare per primo Peppino Meazza quando aveva solo 17 anni: lo allena individualmente, al muro, in modo tale che possa conquistare la stessa padronanza con entrambi i piedi. E’ Weisz a vincere lo scudetto del 1930, sempre lui a scrivere a quattro mani con il dirigente Aldo Molinari il manuale “Il giuoco del calcio”, con tanto di prefazione di Vittorio Pozzo, che come sappiamo non è di certo un nome qualsiasi. E’ ancora lui a importare in Italia il sistema di Chapman, allenatore dell’Arsenal che, con finezza strategica, retrocesse sulla linea dei terzini il centromediano, assegnandogli solo compiti di marcatura sul centroavanti avversario e affrancandolo dai compiti di impostazione del gioco, mentre allargò i due mediani nel mezzo, formando un quadrilatero a centrocampo, molto aggressivo e orientato alla marcatura. Il centrocampo diviene la zona nervralgica del campo, il settore dove maggiormente si addensano gli scontri. E’ il pionere dei ritiri in località termali, degli allenamenti in pantaloncini corti assieme ai suoi giocatori, quando le foto del Carcano, nel suo famoso quinquennio juventino, lo ritraggono in giacca e cravatta. Gli allenamenti si dirigevano, non si facevano. Per “Il calcio illustrato” lui risponde alla voce de il mago.

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Fa tremare il mondo due volte consecutive facendo vincere lo scudetto al Bologna, è il tempo dei grandi nomi come Schiavio, Monzeglio, insegnate di tennis dei figli di Mussolini, dei gossip sull’uruguaglio Sansone che sposa la cassiera del Bar Centrale, di Fedullo, di Fiorini detto il Conte Spazzola, morto nel ’44 sotto una raffica dei partigiani. Ci sono Ceresoli e Biavati, che esegue il doppio passo e poi crossa al bacio per Purricelli detto Testina d’oro.

Al Littoriale Weisz chiede un’equipe fissa di giardinieri per la cura del prato e un laboratorio medico-dietetico e nella finale del Trofeo dell’Esposizione, a Parigi, il Bologna batte 4-1 i grandi maestri del Chelsea.

Ma la fortuna non sempre sorride agli audaci e la depravazione umana comincia il suo tour di morte nell’Europa dominata dal potere nazista. Il figlio non può iscriversi a scuola, Arpad non può allenare. Il Bologna lo licenzia a fine ottobre del 1938, dopo una partita persa per 2-0 contro la Lazio, lasciando il posto all’austriaco Felsner. La famiglia lascia Bologna in treno, in direzioni della metropoli parigina, con la speranza di trovare un lavoro. Tre mesi in albergo indeboliscono fortemente le finanze e non danno i risultati sperati, dunque si punta sull’Olanda, Dordrecht. La città è piccola, la sua squadra è semidilettantistica, ma con Weisz in panchina batterà più di una volta la grande Feyenoord. Ma il tasso di collaborazionismo è massimo e anche qui il famigerato cerchio si stringe.

L’ultimo messaggio di Weisz è una cartolina di auguri natalizi spedita a Bologna il 12 dicembre del ’40.

Nel settembre del ’42 i nazisti stabiliscono che agli ebrei è vietata la frequentazioni anche degli stati, delle scuole, l’uso dei mezzi pubblici, la frequentazione di bar, negozi e luoghi pubblici e per un po’ i Weisz tirano avanti grazie agli aiuti nascosti passati dal presidente del Dordrecht. Un giocatore ancora in vita del vecchio Dordrecht ricorda il suo allenatore con grande entusiasmo, riferendosi a lui come Sir e definendo le sue lezioni di tattica fantastiche.

Il marchio della stella gialla si imprima anche sul suo cappotto oramai liso ed è costretto a spiare la sua ex squadra dalle fessure della staccionata in legno.

Le SS arrestano la famiglia il 7 agosto ’42 e la prelevano dal campo di Westerbork, lo stesso per cui passerà Anna Frank, all’alba del 2 ottobre. Sul treno che li porta verso i lager gli ebrei pagano il biglietto. Weisz viene dirottato su Cosel, campo di lavoro in Alta Slesia. Ha un fisico da atleta, può ancora servire. Per il resto della famiglia la destinazione è  Auschwitz, meta prossima anche per lui. La media di vita nei campi era di 4 mesi, Weisz ne regge 16. Lo trovano morto la mattina del 31 gennaio ’44: di freddo, di fame, di solitudine, di disperazione. Non aveva mai saputo della famiglia, lo aveva solo immaginato.

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Questa storia è una delle milioni di storie appartenute a tutte quelle persone che si sono viste vittime innocenti di una follia omicida che ha accecato e strappato il cuore all’Europa della Seconda Guerra Mondiale, di cui qualcuno ancora continua a negarne l’esistenza o a non provarne alcun rimorso. Un’odio razziale giustificato solo dal malcontento e dalla frustrazione di pochi, che ha squarciato inesorabilmente la nostra storia, in tutte le sue sfaccettature, anche quella calcistica.

 

 

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Alessia Scorrano

"Cresciuta con il mare del Salento nel cuore, studio architettura a Milano. Spirito critico e ironico, seguo senza opporre resistenza la mia passione per i libri, le serie tv, i fandom, il mondo Marvel, Star Wars, il calcio e scrivere, semper fidelis alla mia formazione classica. Il mio sogno è quello di continuare a fare tutte queste cose e ad interessarmi avidamente al mondo, finchè il fuoco dell'ispirazione e della curiosità non deciderà di spegnersi."



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