Mondiale in Russia 2018: un sogno mai iniziato


Correva l’anno 1958 quando la nazionale italiana di calcio non riuscì a qualificarsi ai Mondiali in Svezia. Gian Piero Ventura aveva 10 anni, e mai avrebbe potuto immaginare che, 59 anni dopo, sarebbe diventato il capo espiatorio di una nuova apocalisse sportiva. «Andremo sicuramente al Mondiale», affermava l’ormai ex CT degli Azzurri qualche tempo fa, certo delle potenzialità e delle capacità, sia tecniche che umane, dei propri ragazzi. Oggi invece, a giochi ormai finiti, siamo qui per raccontare un’altra storia, un racconto che mescola la drammacità di una tragedia greca e il terrore di un racconto di Stephen King. Con la differenza, però, che qui di fittizio non c’è nulla. L’Italia che perde 0-1 con la Svezia in trasferta e pareggia con un malinconico 0-0 nella bolgia di un San Siro tutto tricolore è l’emblema di un momento, sportivamente parlando, tragico per tutto il movimento calcistico italiano. Se già i due precedenti mondiali – quello del 2010 in Sud Africa e quello del 2014 in Brasile – sono stati difficili da digerire, la disfatta con gli svedesi è il punto più basso, in questi ultimi anni già bui, di un abisso che sembra sempre più profondo e senza fine. E mentre noi ci preoccupavamo di portare biscotti in Svezia e pensavamo di poterci rifare della delusione “croccante” del 2004, lo spogliatoio dell’Italia iniziava ad andare in frantumi, come i sogni di una nazione che sembra davvero non avere più nessuna possibilità per gioire. Perché, se nel 2006 Calciopoli aveva portato un terremoto politico e mediatico di portata inimmaginabile, quella nazionale era riuscita a farci sognare, portandoci sul tetto del mondo e facendoci dimenticare, per almeno qualche settimana, di tutti i malanni che il nostro calcio si portava addosso.

Fabio Cannavaro solleva la coppa del mondo il 9 luglio 2006

Oggi però no, non c’è nessuna chance di passare un inizio estate scoppiettante, di vivere una partita della nazionale assieme ai nostri amici, parenti e, perchè no, anche sconosciuti in un bar. Il Mondiale è da sempre un’occasione speciale per riunirsi, è portatore di compattezza e fratellanza in tutta Italia. Tutto questo, però, questa volta ci è stato portato via. In parte da Gian Piero Ventura, reo di avere schierato in campo, tra andata e ritorno, delle formazioni dai moduli e dai nomi decisamente discutibili; in parte dagli stessi ragazzi Azzurri, a cui mettere l’anima nella partita di ritorno a Milano non è bastato. E’ la fine di un’epoca, quella del capitano Gigi Buffon, alla sua ultima presenza in Azzurro così come Barzagli e De Rossi, unici superstiti del magico mondiale tedesco, giocatori e uomini che sanno cosa significa andare a vincere la competizione più prestigiosa e più gloriosa della storia dello sport (non ce ne vogliano le Olimpiadi). Tutto finisce, e lo fa nel peggiore dei modi per tutti quanti.

Gianluigi Buffon, in lacrime dopo l’eliminazione, viene consolato da un rivale svedese

Il presidente Carlo Tavecchio, chiamato a ricostruire dopo la disfatta del duo Prandelli-Abete, ha invece infilato il coltello nella piaga insieme al CT da lui scelto per il dopo Conte. Ora un popolo intero è in subbuglio, si cercano colpevoli, teste da mozzare, parole per descrivere una situazione surreale, che una generazione intera di italiani non aveva mai vissuto: un Mondiale senza l’Inno di Mameli, un’estate Mondiale da trascorrere osservando gli altri lottare, combattere su ogni pallone, gioire e soffrire. Noi la sofferenza la stiamo vivendo ora, ma questo vuoto, questa tristezza, tornerà ancora più forte quando la competizione inizierà davvero, quando non ci sarà più un campionato a cui pensare, nè Champions League, Europa League o Coppa Italia. Tra una settimana si tornerà a discutere di Napoli, Juventus e Inter che si giocano lo Scudetto, quasi come se nulla fosse accaduto. Il peggio, dal punto di vista emozionale, deve quindi ancora arrivare. In parallelo allo svolgimento delle competizioni per club dovrà avvenire una rifondazione profonda, già auspicata e tanto declamata dopo i già citati Mondiali fallimento del 2010 e del 2014, ma mai svoltasi in modo completo.

L’esonero di Ventura (attenzione: esonero, non dimissioni) è stato un atto quasi dovuto da parte della FIGC, che però rimane al comando di Carlo Tavecchio, il quale ha deciso di non lasciare, ma anzi vuol tentare di ottenere ancora la maggioranza di voti a favore da parte del consiglio federale. Voci delle ultime ore parlano di contatti con manager come Ancelotti e Mancini, nomi che se verranno posti sul tavolo dall’attuale presidente come papabili e probabili nuovi CT, potrebbero convincere i membri del consiglio a riconfermarlo senza troppi grattacapi. Il punto focale però, in questo momento storico, non è tanto quello di trovare il prossimo allenatore della nazionale, ma la necessità di cambiare mentalità e portare una ventata di freschezza e novità al movimento. Tutti, ma proprio tutti gli addetti ai lavori devono farsi un esame di coscienza, cercare di capire le cause profonde di questa crisi che ormai sembra non avere più fine e tentare in ogni modo, ad ogni costo, di porre una pezza e ricominciare tutto da zero. Basta compromessi, basta mezze misure che tentino di tamponare una situazione ormai giunta al punto di collasso, e soprattutto basta continuare a cercare alibi o giustificazioni. Solo comprendendo gli errori e rendendoci conto che tutto questo è unicamente colpa nostra, di un movimento malato e ormai alla frutta, si potrà costruire qualcosa di bello per il futuro. Nel calcio che conta ci siamo anche noi, il palmares parla chiaro. Gli avversari dovranno tornare a tremare leggendo di doversi scontrare contro “quei catenacciari degli italiani”. Bisogna riconquistarsi la fama che per un secolo di storia ci ha accompagnati, riprenderci la credibilità che, noi stessi, ci siamo tolti da soli commettendo errori su errori. Noi siamo l’Italia, e torneremo ad essere protagonisti, a recitare il ruolo che a noi compete. Ma non in Russia, non nel 2018.

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Gabriele Sini

Classe 1997 e nato in Sardegna. Da sempre appassionato di sport, soprattutto di calcio. Con l'ambizione di diventare un giornalista sportivo di alto livello, durante il tempo libero mi informo, leggo e mi dedico anche ai libri. Attualmente studio Scienze della Comunicazione all'Alma Mater Studiorum di Bologna.



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