Quel che resta dell’allenatore


Allenatore: s. m. [der. di allenare1]. – 1. (f. -trice) Tecnico specializzato preposto alla direzione degli allenamenti di un atleta o di una squadra, con il compito di svilupparne le possibilità e capacità fisiche, di curarne la preparazione anche psicologica, di insegnare la tecnica dello sport e le tattiche di gara.”.
Definizione classica dal dizionario Treccani, definizione inattaccabile, ma nel calcio d’oggi esiste ancora la figura classica dell’allenatore?
Ormai i calciatori sono arrivati ad un livello tecnico medio per il quale poco resta da insegnare; sono lontani gli anni in cui anche in serie A i giocatori erano costretti a fare muretto per potenziare il piede debole (a qualcuno male non farebbe ma passiamo oltre), ed anche sotto il livello tattico sono notevolmente diminuiti i casi d’insegnamento vero e proprio; eclettismo tattico dell’atleta e variabilità dei moduli fanno sì che non ci siano più i rigidi dogmi di una volta imposti dagli allenatori, con schemi da imparare e movimenti meccanici, ora l’inventiva è maggiormente lasciata al calciatore.
Insomma, difficilmente vedremo ancora guru imporre le proprie tattiche innovative, quasi tutto è stato già proposto, dal metodo di Herbert Chapman, al catenaccio di Karl Rappan (poi diffusosi in Italia con versioni ancora più marcate nel dopoguerra), dal calcio totale di Rinus Michels a quello di Arrigo Sacchi che s’ispirò ad esso aggiungendo una maggior attenzione per la fase difensiva, nell’ultimo ventennio solo il tiki-taka di Pep Guardiola è stata un’innovazione degna di nota, ma anch’essa ispirata al calcio-totale anni ’70.

joseguardiola_0(Pep Guardiola e Josè Mourinho nel 1999, all’epoca giocatore e vice allenatore del Barcellona)

Le insidie maggiori per i calciatori non sono più quelle tecnico-tattiche ma quelle legate alla vita mondana, i social network, i giornalisti e soprattutto le motivazioni che vengono a mancare, in un mondo in cui non ci sono più attaccamento alla maglia e bandiere, se non quella del soldo.
Di conseguenza l’allenatore deve essere colui che istruisce il calciatore a non finire in queste trappole: dalla foto da evitare, all’intervista inopportuna, dal tweet sbagliato, alla motivazione giusta; il nuovo allenatore deve essere psicologo, comunicatore e motivatore, mantenere un gruppo unito, proteggerlo dalle insidie esterne ed anche da quelle interne al gruppo stesso.
Antonio Conte a Torino e Josè Mourinho a Milano sono i due esempi più vicini a noi al riguardo, con due squadre che forse con chiunque altro alla guida non avrebbero vinto quello che hanno vinto e non per questioni tecnico-tattiche, bensì per motivazione, gruppo e psicologia, ovviamente senza nulla togliere al lavoro tattico (tutt’oggi presente in qualsiasi squadra), che però passa in secondo piano.
“Per Mourinho avrei ucciso” ha detto Zlatan Ibrahimovic nel 2011 (insieme all’Inter solo per una stagione), esempio lampante di un connubio allenatore – giocatore che, se diffuso in tutti i membri della squadra, rappresenta un incredibile valore aggiunto.
Gli esoneri sono aumentati a dismisura negli ultimi anni, spesso a pagare sono allenatori competenti che però non sono motivatori altrettanto di livello, spesso la frenesia del mondo calcistico travolge chi avrebbe meritato più spazio per insegnare, ma in questo mondo è rimasto poco spazio per farlo.

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Giacomo Frank

Nato a Varese nel 1990, segue da quando era bambino il mondo del calcio con particolare interesse e dedizione alla storia del calcio italiano dal dopoguerra ad inizio millennio. Amante delle statistiche, degli aneddoti e dei fantasisti. Dopo essersi diplomato nel 2009 presso il liceo scientifico "Galileo Ferraris" ha iniziato gli studi presso la facoltà di Scienze della Comunicazione a cui successivamente ha preferito la via del lavoro.



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